Danae e Ditti sono due tragedie frammentarie di Euripide interessanti sotto molteplici aspetti. L’assenza di notizie didascaliche impedisce di stabilire con certezza quando la Danae sia stata composta e rappresentata: sulla base della sola analisi metrica, Cropp e Fick1 hanno suggerito, per la messinscena del dramma, una datazione compresa tra il 455 e il 425 a.C. 2 Una sorte più benevola è invece toccata al Ditti, la cui data di rappresentazione (431 a.C.) si apprende dalla ὑπόθεσις alla Medea attribuita ad Aristofane di Bisanzio3 : si trattava, nello specifico, della terza pièce della tetralogia composta da Medea, Filottete e dal dramma satiresco I mietitori; in questa occasione, il drammaturgo ottenne il terzo premio. Della Danae euripidea sopravvivono diciassette frammenti (frr. 316-330a Kn.), la maggior parte dei quali di natura gnomica, provenienti dall’Anthologion di Giovanni Stobeo; anche nel caso del Ditti, gran parte del materiale superstite (frr. **330b-348 Kn.) proviene dall’opera del citato erudito4 ; tuttavia, il carattere generalizzante degli estratti gnomici comporta spesso problemi di collocazione dei frammenti all’interno delle tragedie e non permette di tracciare un profilo sicuro dell’intreccio narrativo dei singoli drammi. Danae e Ditti sviluppano mitemi afferenti a una medesima saga, trattandone segmenti cronologicamente sequenziali. La protagonista del mito è la bella Danae, la quale, come si racconta5 , fu imprigionata in una camera di bronzo da parte del padre, il re Acrisio, per paura che si avverasse l’oracolo che gli aveva predetto la morte per mano di suo nipote, cioè un eventuale figlio nato dalla principessa. Zeus, però, innamoratosi della fanciulla, riuscì a unirsi carnalmente a lei, sotto forma di pioggia dorata: il bambino nato da questa unione, Perseo, venne nascosto al nonno; ma quando Acrisio venne accidentalmente a conoscenza della sua esistenza, rinchiuse madre e figlio in una cassa, che poi gettò in mare, alla deriva. La cassa fu trasportata dalle onde fino a raggiungere l’isola di Serifo, dove venne ripescata da un pescatore del luogo di nome Ditti, che prese Danae e Perseo sotto la sua protezione fino a che quest’ultimo non divenne adulto6 . Successivamente Polidette, fratello di Ditti e re dell’isola, vide Danae e se ne innamorò, ma non poteva avvicinarla a causa della presenza del figlio. Per liberarsi di lui, il re gli affidò il compito di decapitare Medusa e portargli la testa della Gorgone: quando Perseo ritornò vittorioso dalla sua missione, scoprì che Polidette aveva assoggettato la madre con la forza e che lei, per sfuggire alla violenza, si era rifugiata come supplice presso l’altare di un dio7 . Furioso, il giovane decise di vendicarsi: sorprese Polidette e i suoi fidati compagni nel palazzo reale e, mostrando loro la Gorgone decapitata, li pietrificò. Quindi, Perseo ripartì per Argo con sua madre, lasciando Ditti a regnare su Serifo. L’incrocio di varie testimonianze (letterarie e iconografiche) ha permesso di delineare in maniera sufficientemente sicura i nuclei tematici delle due tragedie euripidee; dai frammenti che ne sopravvivono, è possibile invece acquisire nozione più nitida della qualità letteraria delle pièces e degli scarti compositivi introdotti da Euripide rispetto alla vulgata mitografica8. Lo studio dei due drammi si è, però, inevitabilmente complicato e raffinato, grazie alla recente pubblicazione di P.Oxy. 5283. Nel 2016, all’interno del volume LXXXI della Oxyrhynchus Papyri Collection, Chiara Meccariello9 ha infatti dato alle stampe l’editio princeps del citato papiro ossirinchita, datato al II secolo su base paleografica, particolarmente significativo in quanto restituisce le ὑποθέσεις dei drammi euripidei Baccanti (preceduto da resti molto scarni di una ὑπόθεσις plausibilmente riferita al Busiride), Ditti, Danae, Elena e tracce sparse della ὑπόθεσις di un dramma che attinge al mito di Eracle (Eracle, Eraclidi o forse Euristeo), ordinate alfabeticamente sulla base del titolo, come la maggior parte delle ὑποθέσεις tragiche su papiro10. P.Oxy. LXXXI 5283 è un testimone di indiscutibile valore soprattutto perché fornisce informazioni cruciali sulla trama delle perdute tragedie Danae e Ditti, tramandandone, inter alia, due nuovi frammenti, la cui sopravvivenza incrina significativamente, almeno in un caso11, le ricostruzioni drammaturgiche e le collocazioni stesse dei frammenti nell’ipotetica ossatura dei due drammi. Il presente lavoro di ricerca è incentrato, dunque, come da progetto, sullo studio analitico delle testimonianze e dei frammenti superstiti dei citati drammi euripidei, sottoposti a una puntuale analisi lemmatica12, volta a rintracciare la pregnanza della parola poetica e i suoi legami intertestuali, nonché a rilevare le aderenze e le discontinuità nel trattamento della vicenda mitica rispetto ai modelli e alle fonti precedenti. Particolare rilievo viene accordato alle nuove informazioni trasmesse da P.Oxy. LXXXI 528313, di cui viene indagato l’assetto testuale e l’intelaiatura compositiva, anche in rapporto ad altri analoghi argumenta sopravvissuti nella paradosi medievale14. In particolare, hanno costituito oggetto di analisi privilegiata le questioni ecdotiche ed esegetiche sollevate dalla pubblicazione delle ὑποθέσεις papiracee, che gettano nuova luce sulle testimonianze già̀in nostro possesso, corroborando da un lato la bontà̀ di alcune congetture formulate in precedenza, dall’altro liquidando ricostruzioni insanabilmente conflittuali con le nuove acquisizioni; inoltre, la ricostruzione ipotetica dell’intreccio dei singoli drammi e delle loro caratteristiche performative dà modo di rilevare interessanti paralleli con altre opere dello stesso autore15. ________ 1 Cropp-Fick 1985, pp. 70 e 78. 2 Webster 1967, p. 4, invece, ha proposto una data compresa tra il 455 e il 428 a.C. 3 Arg. (a) Eur. Med. [I p. 90, 40-43 Diggle] ἐδιδάχθη ἐπὶ Πυθοδώρου ἄρχοντος ὀλυμπιάδι πζ' ἔτει α'. πρῶτος Εὐφορίων, δεύτερος Σοφοκλ ῆς, τρίτος Ε ὐριπίδης Μηδείαι, Φιλοκτήτηι, Δίκτυι, Θεριστα ῖς σατύροις. ο ὐ σῴζεται. I manoscritti medievali di Eschilo, Sofocle, Euripide e Aristofane hanno preservato introduzioni ai drammi esplicitamente attribuite a Aristofane di Bisanzio; in realtà, è preferibile parlare di “hypotheseis di stampo aristofaneo”, a suggerire l’esistenza di una struttura ricorrente – verosimilmente introdotta dal grammatico alessandrino –, ma soggetta a possibilità di rielaborazione. Per un approfondimento su questa spinosa questione, vd. Meccariello 2014, pp. 7-11. 4 Per la prevalenza di citazioni euripidee nel Florilegium di Stobeo, vd. Kassel 1991, pp. 248-9, Piccione 1994a, pp. 175- 218 e Kannicht 1997, pp. 68-71. Sull’Anthologion di Stobeo, inoltre, vd. Piccione 1994b e Piccione 1999. Per i primi due libri (Eclogae), vd. Dorandi 2020a, Dorandi 2020b, Dorandi 2023. 5 Sarà necessario ripercorrere le tappe salienti del mito di Danae (allo scopo di stabilire il background mitico dei due drammi), a partire dal suo primo resoconto completo che si trova in Ferecide di Atene (FGrHist 3 F10 = 10 Fowler = 43 Dolcetti) ed è sopravvissuto in forma compendiata negli antichi scholia ad Apollonio Rodio (4.1091 Wendel). La narrazione successiva fatta da Pseudo-Apollodoro nella sua Biblioteca (2.4.1) concorda principalmente con quella del logografo ateniese; va ricordato, infine, il racconto di Giovanni Malala (I. Malalas Chron. 2. 11 Thurn = 2.13 Jeffreys- Scott.), che riproduce la vulgata. Per ulteriori riferimenti, cfr. Gantz 1993, pp. 299-303 e Maffre 1986, pp. 325-27. 6 Il primo resoconto dettagliato degli eventi successivi all’arrivo di Danae e Perseo a Serifo proviene, anche in questo caso, da Ferecide (FGrHist 3 F11 = 11 Fowler = 44 Dolcetti), seguito da [Apollod.] 2.4.2. 7 È la narrazione fatta da Pseudo-Apollodoro, sebbene principalmente in accordo con Ferecide, ad aggiungere quest’ulteriore nuova informazione: di ritorno a Serifo, Perseo scopre che la prepotenza di Polidette ha costretto Danae e Ditti a farsi supplici, rifugiandosi presso un altare, dove l’eroe li trova quando riapproda sull’isola. Allo stesso modo, il riferimento alla fuga di Danae presso l’altare di un dio, il cui nome è omesso, si trova in P.Oxy. XXXI 2536, un frammento papiraceo contenente resti del commento di Teone di Artemidoro alle Pitiche di Pindaro, datato al II secolo d.C.: al pari di Pseudo-Apollodoro, anche questo testo fornisce il dettaglio di Danae che, per sottrarsi all’oppressione di Polidette, si rifugia presso un altare (col. i, ll. 5-7): ]βιαζομένης γ(ὰρ) τῆς Δα|[νάης ὑπὸ τοῦ Πολυδ]έκ̣τ̣ο̣υ̣συνέβη αὐτὴν κατα|[φυγεῖν πρὸ]ς̣ τὸν βωμὸν τοῦ [vac.]. Poiché plausibilmente il copista non riusciva a leggere il nome del dio scritto nel suo esemplare, ha lasciato uno spazio bianco, preventivando la dimensione approssimativa della parola, che ha omesso. Per maggiori dettagli, cfr. Cadilli 2003, pp. 13-18. Dunque, né Pseudo-Apollodoro né Teone menzionano il nome della divinità presso il cui altare Danae e Ditti cercano rifugio; tuttavia, possiamo ipotizzare che il dio in questione fosse Poseidone grazie all’ausilio di una testimonianza iconografica in cui è plausibilmente raffigurata questa scena: si tratta di una pittura vascolare apula datata al 370/360 a.C., pubblicata per la prima volta da Trendall-Cambitoglou 1991- 92, p. 46, tab. VI (Princeton Art Museum 1989.40), e probabilmente ispirata a un revival del dramma euripideo nell’Italia meridionale del IV secolo. Sull’associazione di questa fonte iconografica con il Ditti, vd. Karamanou 2003, pp. 167-175. 8 Per una discussione più dettagliata sugli spunti offerti dai resoconti mitografici e dai frammenti sopravvissuti in vista della ricostruzione della trama drammatica, vd. Jouan-van Looy 2000, pp. 47-71 e 73-92, Collard-Cropp 2008, pp. 323-337 e 346-359 e Karamanou 2006, pp. 22-29 e 134-139. 9 Meccariello 2016, pp. 111-134. 10 Cfr., e.g., P.Oxy. XXVII 2455 che contiene iresti di almeno ventidue ὑποθέσεις euripidee, disposte in ordine alfabetico in base alla lettera iniziale del titolo del dramma. Per ulteriori esempi e maggiori dettagli, vd. Meccariello 2014, pp. 113- 114. 11 Si tratta della fine del primo verso del Ditti, che esclude la posizione iniziale del fr. **330b Kn., se la sua attribuzione alla tragedia di Euripide è corretta. Seguendo la congettura proposta da Körte 1932, pp. 367-8, Kannicht 2004, p. 382 aveva individuato nel fr. **330b Σέριφος ἅλμῃ ποντίᾳ περίρρυτος l’esordio del Ditti: il frammento in questione, citato da Philod. De poem. (P. Herc. 1676, fr. 11, col. vii, ll. 7-12 [p. 102 Heidmann 1971]) senza alcuna indicazione dell’autore o del dramma, può essere plausibilmente assegnato al Ditti di Euripide, ma sono possibili anche altre attribuzioni (ad esempio, Stark 1959, p. 5, suggerisce che questo frammento possa rappresentare anche l’esordio della tragedia Polidette o del dramma satiresco Diktyoulkoi di Eschilo); l’unica conclusione che possiamo trarre da P.Oxy. LXXXI 5283 è che il verso in questione non occupava la posizione iniziale di questo dramma. Invece,solo poche tracce dell’incipit della Danae sono state trasmesse dal papiro, ostacolando pertanto qualsiasi tentativo di restituzione del loro assetto originario. 12 Lavoro svolto con l’ausilio dei principali strumenti digitali a disposizione, a partire dal Thesaurus Linguae Graecae. 13 Ho anche avuto modo di condurre (a Oxford, presso la Bodleian Library) l’analisi autoptica del reperto papiraceo, volta a studiarne il supporto materiale e le caratteristiche di ordine papirologico e paleografico, al fine di poterne fornire una descrizione il più̀ possibile adeguata. 14 La pubblicazione della ὑπόθεσις della Danae tràdita da P.Oxy. LXXXI 5283, ad esempio, non lascia dubbi sul fatto che la narrazione bizantina intitolata “Ὑπόθεσις Δανάης ” (trasmessa dal codice P = Pal.gr. 287, f. 147v), la cui autenticità era stata contestata anche prima che il papiro venisse alla luce, non è la ὑπόθεσις genuina del dramma euripideo. Cfr. Kannicht 1992; Karamanou 2006, pp. 47-56; Magnani 2010, pp. 49-88; Meccariello 2014, pp. 105-7.
EURIPIDE , DANAE E DITTI ALLA LUCE DI UN NUOVO PAPIRO (P.OXY. 5283) / Colangelo, C.. - (2026 Jun 12). [10.14274/colangelo-cristina_phd2026-06-12]
EURIPIDE , DANAE E DITTI ALLA LUCE DI UN NUOVO PAPIRO (P.OXY. 5283)
COLANGELO, CRISTINA
2026-06-12
Abstract
Danae e Ditti sono due tragedie frammentarie di Euripide interessanti sotto molteplici aspetti. L’assenza di notizie didascaliche impedisce di stabilire con certezza quando la Danae sia stata composta e rappresentata: sulla base della sola analisi metrica, Cropp e Fick1 hanno suggerito, per la messinscena del dramma, una datazione compresa tra il 455 e il 425 a.C. 2 Una sorte più benevola è invece toccata al Ditti, la cui data di rappresentazione (431 a.C.) si apprende dalla ὑπόθεσις alla Medea attribuita ad Aristofane di Bisanzio3 : si trattava, nello specifico, della terza pièce della tetralogia composta da Medea, Filottete e dal dramma satiresco I mietitori; in questa occasione, il drammaturgo ottenne il terzo premio. Della Danae euripidea sopravvivono diciassette frammenti (frr. 316-330a Kn.), la maggior parte dei quali di natura gnomica, provenienti dall’Anthologion di Giovanni Stobeo; anche nel caso del Ditti, gran parte del materiale superstite (frr. **330b-348 Kn.) proviene dall’opera del citato erudito4 ; tuttavia, il carattere generalizzante degli estratti gnomici comporta spesso problemi di collocazione dei frammenti all’interno delle tragedie e non permette di tracciare un profilo sicuro dell’intreccio narrativo dei singoli drammi. Danae e Ditti sviluppano mitemi afferenti a una medesima saga, trattandone segmenti cronologicamente sequenziali. La protagonista del mito è la bella Danae, la quale, come si racconta5 , fu imprigionata in una camera di bronzo da parte del padre, il re Acrisio, per paura che si avverasse l’oracolo che gli aveva predetto la morte per mano di suo nipote, cioè un eventuale figlio nato dalla principessa. Zeus, però, innamoratosi della fanciulla, riuscì a unirsi carnalmente a lei, sotto forma di pioggia dorata: il bambino nato da questa unione, Perseo, venne nascosto al nonno; ma quando Acrisio venne accidentalmente a conoscenza della sua esistenza, rinchiuse madre e figlio in una cassa, che poi gettò in mare, alla deriva. La cassa fu trasportata dalle onde fino a raggiungere l’isola di Serifo, dove venne ripescata da un pescatore del luogo di nome Ditti, che prese Danae e Perseo sotto la sua protezione fino a che quest’ultimo non divenne adulto6 . Successivamente Polidette, fratello di Ditti e re dell’isola, vide Danae e se ne innamorò, ma non poteva avvicinarla a causa della presenza del figlio. Per liberarsi di lui, il re gli affidò il compito di decapitare Medusa e portargli la testa della Gorgone: quando Perseo ritornò vittorioso dalla sua missione, scoprì che Polidette aveva assoggettato la madre con la forza e che lei, per sfuggire alla violenza, si era rifugiata come supplice presso l’altare di un dio7 . Furioso, il giovane decise di vendicarsi: sorprese Polidette e i suoi fidati compagni nel palazzo reale e, mostrando loro la Gorgone decapitata, li pietrificò. Quindi, Perseo ripartì per Argo con sua madre, lasciando Ditti a regnare su Serifo. L’incrocio di varie testimonianze (letterarie e iconografiche) ha permesso di delineare in maniera sufficientemente sicura i nuclei tematici delle due tragedie euripidee; dai frammenti che ne sopravvivono, è possibile invece acquisire nozione più nitida della qualità letteraria delle pièces e degli scarti compositivi introdotti da Euripide rispetto alla vulgata mitografica8. Lo studio dei due drammi si è, però, inevitabilmente complicato e raffinato, grazie alla recente pubblicazione di P.Oxy. 5283. Nel 2016, all’interno del volume LXXXI della Oxyrhynchus Papyri Collection, Chiara Meccariello9 ha infatti dato alle stampe l’editio princeps del citato papiro ossirinchita, datato al II secolo su base paleografica, particolarmente significativo in quanto restituisce le ὑποθέσεις dei drammi euripidei Baccanti (preceduto da resti molto scarni di una ὑπόθεσις plausibilmente riferita al Busiride), Ditti, Danae, Elena e tracce sparse della ὑπόθεσις di un dramma che attinge al mito di Eracle (Eracle, Eraclidi o forse Euristeo), ordinate alfabeticamente sulla base del titolo, come la maggior parte delle ὑποθέσεις tragiche su papiro10. P.Oxy. LXXXI 5283 è un testimone di indiscutibile valore soprattutto perché fornisce informazioni cruciali sulla trama delle perdute tragedie Danae e Ditti, tramandandone, inter alia, due nuovi frammenti, la cui sopravvivenza incrina significativamente, almeno in un caso11, le ricostruzioni drammaturgiche e le collocazioni stesse dei frammenti nell’ipotetica ossatura dei due drammi. Il presente lavoro di ricerca è incentrato, dunque, come da progetto, sullo studio analitico delle testimonianze e dei frammenti superstiti dei citati drammi euripidei, sottoposti a una puntuale analisi lemmatica12, volta a rintracciare la pregnanza della parola poetica e i suoi legami intertestuali, nonché a rilevare le aderenze e le discontinuità nel trattamento della vicenda mitica rispetto ai modelli e alle fonti precedenti. Particolare rilievo viene accordato alle nuove informazioni trasmesse da P.Oxy. LXXXI 528313, di cui viene indagato l’assetto testuale e l’intelaiatura compositiva, anche in rapporto ad altri analoghi argumenta sopravvissuti nella paradosi medievale14. In particolare, hanno costituito oggetto di analisi privilegiata le questioni ecdotiche ed esegetiche sollevate dalla pubblicazione delle ὑποθέσεις papiracee, che gettano nuova luce sulle testimonianze già̀in nostro possesso, corroborando da un lato la bontà̀ di alcune congetture formulate in precedenza, dall’altro liquidando ricostruzioni insanabilmente conflittuali con le nuove acquisizioni; inoltre, la ricostruzione ipotetica dell’intreccio dei singoli drammi e delle loro caratteristiche performative dà modo di rilevare interessanti paralleli con altre opere dello stesso autore15. ________ 1 Cropp-Fick 1985, pp. 70 e 78. 2 Webster 1967, p. 4, invece, ha proposto una data compresa tra il 455 e il 428 a.C. 3 Arg. (a) Eur. Med. [I p. 90, 40-43 Diggle] ἐδιδάχθη ἐπὶ Πυθοδώρου ἄρχοντος ὀλυμπιάδι πζ' ἔτει α'. πρῶτος Εὐφορίων, δεύτερος Σοφοκλ ῆς, τρίτος Ε ὐριπίδης Μηδείαι, Φιλοκτήτηι, Δίκτυι, Θεριστα ῖς σατύροις. ο ὐ σῴζεται. I manoscritti medievali di Eschilo, Sofocle, Euripide e Aristofane hanno preservato introduzioni ai drammi esplicitamente attribuite a Aristofane di Bisanzio; in realtà, è preferibile parlare di “hypotheseis di stampo aristofaneo”, a suggerire l’esistenza di una struttura ricorrente – verosimilmente introdotta dal grammatico alessandrino –, ma soggetta a possibilità di rielaborazione. Per un approfondimento su questa spinosa questione, vd. Meccariello 2014, pp. 7-11. 4 Per la prevalenza di citazioni euripidee nel Florilegium di Stobeo, vd. Kassel 1991, pp. 248-9, Piccione 1994a, pp. 175- 218 e Kannicht 1997, pp. 68-71. Sull’Anthologion di Stobeo, inoltre, vd. Piccione 1994b e Piccione 1999. Per i primi due libri (Eclogae), vd. Dorandi 2020a, Dorandi 2020b, Dorandi 2023. 5 Sarà necessario ripercorrere le tappe salienti del mito di Danae (allo scopo di stabilire il background mitico dei due drammi), a partire dal suo primo resoconto completo che si trova in Ferecide di Atene (FGrHist 3 F10 = 10 Fowler = 43 Dolcetti) ed è sopravvissuto in forma compendiata negli antichi scholia ad Apollonio Rodio (4.1091 Wendel). La narrazione successiva fatta da Pseudo-Apollodoro nella sua Biblioteca (2.4.1) concorda principalmente con quella del logografo ateniese; va ricordato, infine, il racconto di Giovanni Malala (I. Malalas Chron. 2. 11 Thurn = 2.13 Jeffreys- Scott.), che riproduce la vulgata. Per ulteriori riferimenti, cfr. Gantz 1993, pp. 299-303 e Maffre 1986, pp. 325-27. 6 Il primo resoconto dettagliato degli eventi successivi all’arrivo di Danae e Perseo a Serifo proviene, anche in questo caso, da Ferecide (FGrHist 3 F11 = 11 Fowler = 44 Dolcetti), seguito da [Apollod.] 2.4.2. 7 È la narrazione fatta da Pseudo-Apollodoro, sebbene principalmente in accordo con Ferecide, ad aggiungere quest’ulteriore nuova informazione: di ritorno a Serifo, Perseo scopre che la prepotenza di Polidette ha costretto Danae e Ditti a farsi supplici, rifugiandosi presso un altare, dove l’eroe li trova quando riapproda sull’isola. Allo stesso modo, il riferimento alla fuga di Danae presso l’altare di un dio, il cui nome è omesso, si trova in P.Oxy. XXXI 2536, un frammento papiraceo contenente resti del commento di Teone di Artemidoro alle Pitiche di Pindaro, datato al II secolo d.C.: al pari di Pseudo-Apollodoro, anche questo testo fornisce il dettaglio di Danae che, per sottrarsi all’oppressione di Polidette, si rifugia presso un altare (col. i, ll. 5-7): ]βιαζομένης γ(ὰρ) τῆς Δα|[νάης ὑπὸ τοῦ Πολυδ]έκ̣τ̣ο̣υ̣συνέβη αὐτὴν κατα|[φυγεῖν πρὸ]ς̣ τὸν βωμὸν τοῦ [vac.]. Poiché plausibilmente il copista non riusciva a leggere il nome del dio scritto nel suo esemplare, ha lasciato uno spazio bianco, preventivando la dimensione approssimativa della parola, che ha omesso. Per maggiori dettagli, cfr. Cadilli 2003, pp. 13-18. Dunque, né Pseudo-Apollodoro né Teone menzionano il nome della divinità presso il cui altare Danae e Ditti cercano rifugio; tuttavia, possiamo ipotizzare che il dio in questione fosse Poseidone grazie all’ausilio di una testimonianza iconografica in cui è plausibilmente raffigurata questa scena: si tratta di una pittura vascolare apula datata al 370/360 a.C., pubblicata per la prima volta da Trendall-Cambitoglou 1991- 92, p. 46, tab. VI (Princeton Art Museum 1989.40), e probabilmente ispirata a un revival del dramma euripideo nell’Italia meridionale del IV secolo. Sull’associazione di questa fonte iconografica con il Ditti, vd. Karamanou 2003, pp. 167-175. 8 Per una discussione più dettagliata sugli spunti offerti dai resoconti mitografici e dai frammenti sopravvissuti in vista della ricostruzione della trama drammatica, vd. Jouan-van Looy 2000, pp. 47-71 e 73-92, Collard-Cropp 2008, pp. 323-337 e 346-359 e Karamanou 2006, pp. 22-29 e 134-139. 9 Meccariello 2016, pp. 111-134. 10 Cfr., e.g., P.Oxy. XXVII 2455 che contiene iresti di almeno ventidue ὑποθέσεις euripidee, disposte in ordine alfabetico in base alla lettera iniziale del titolo del dramma. Per ulteriori esempi e maggiori dettagli, vd. Meccariello 2014, pp. 113- 114. 11 Si tratta della fine del primo verso del Ditti, che esclude la posizione iniziale del fr. **330b Kn., se la sua attribuzione alla tragedia di Euripide è corretta. Seguendo la congettura proposta da Körte 1932, pp. 367-8, Kannicht 2004, p. 382 aveva individuato nel fr. **330b Σέριφος ἅλμῃ ποντίᾳ περίρρυτος l’esordio del Ditti: il frammento in questione, citato da Philod. De poem. (P. Herc. 1676, fr. 11, col. vii, ll. 7-12 [p. 102 Heidmann 1971]) senza alcuna indicazione dell’autore o del dramma, può essere plausibilmente assegnato al Ditti di Euripide, ma sono possibili anche altre attribuzioni (ad esempio, Stark 1959, p. 5, suggerisce che questo frammento possa rappresentare anche l’esordio della tragedia Polidette o del dramma satiresco Diktyoulkoi di Eschilo); l’unica conclusione che possiamo trarre da P.Oxy. LXXXI 5283 è che il verso in questione non occupava la posizione iniziale di questo dramma. Invece,solo poche tracce dell’incipit della Danae sono state trasmesse dal papiro, ostacolando pertanto qualsiasi tentativo di restituzione del loro assetto originario. 12 Lavoro svolto con l’ausilio dei principali strumenti digitali a disposizione, a partire dal Thesaurus Linguae Graecae. 13 Ho anche avuto modo di condurre (a Oxford, presso la Bodleian Library) l’analisi autoptica del reperto papiraceo, volta a studiarne il supporto materiale e le caratteristiche di ordine papirologico e paleografico, al fine di poterne fornire una descrizione il più̀ possibile adeguata. 14 La pubblicazione della ὑπόθεσις della Danae tràdita da P.Oxy. LXXXI 5283, ad esempio, non lascia dubbi sul fatto che la narrazione bizantina intitolata “Ὑπόθεσις Δανάης ” (trasmessa dal codice P = Pal.gr. 287, f. 147v), la cui autenticità era stata contestata anche prima che il papiro venisse alla luce, non è la ὑπόθεσις genuina del dramma euripideo. Cfr. Kannicht 1992; Karamanou 2006, pp. 47-56; Magnani 2010, pp. 49-88; Meccariello 2014, pp. 105-7.| File | Dimensione | Formato | |
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