«QUELLA ROMA ONDE CRISTO È ROMANO»: LA RICEZIONE DI DANTE NEL MAGISTERO PONTIFICIO CONTEMPORANEO In un clima di polemica tra cattolici e non cattolici, negli anni dell’Unità d’Italia, in cui i patrioti italiani avevano studiato la concezione politica dell’Alighieri incasellandola sotto l’egida del ghibellinismo anticlericale, Leone XIII sceglie la strada del dialogo con la società, progettando una riforma della cultura cattolica sulla base del tomismo. La sua ricezione di Dante è possibile proprio alla luce del tomismo: Leone XIII è, in effetti, secondo una definizione di padre Semeria, un’«anima dantesca», soprattutto per la significativa consonanza tra il suo pensiero sociale e la Monarchia (era stato proprio il suo intervento ad assolvere il trattato dantesco dall’accusa di eterodossia, escludendolo dall’indice dei Libri Proibiti). Infatti, come Dante, anche papa Pecci partecipa al dibattito sui rapporti tra Stato e Chiesa, riflettendo “laicamente” sul potere politico e sostenendo la reciproca indipendenza delle due istituzioni. Alla morte dell’anziano pontefice sale al soglio pontificio Pio X, attento riorganizzatore del Catechismo della Chiesa Cattolica e sostenitore di una nuova concezione pastorale, che considera ogni strumento culturale, anche il testo dantesco, funzionale all’esigenza catechetica. Il pontefice incentiva, dunque, le iniziative in preparazione alla commemorazione del VI centenario dantesco, tra le quali una è particolarmente vicina ai suoi orientamenti pastorali. Si tratta di un lavoro di sinossi e comparazione tra il testo del catechismo del pontefice e la scrittura dantesca, che, in questo modo, viene frammentata al duplice scopo di supportare le affermazioni del catechismo e di dimostrare la perfetta aderenza del poeta al cattolicesimo. L’opera, firmata con lo pseudonimo d Minimo Sacerdote in Cristo, si intitola Il più bel ricordo del VI centenario di Dante, ossia Catechismo della Dottrina Cristiana pubblicato per ordine di sua Santità Pio X, meditato e studiato con Dante. Una linea spartiacque nella rivalutazione dell’Alighieri da parte del magistero pontificio si ha con l’enciclica In praeclara summorum (1921), scritta da Benedetto XV per commemorare il VI centenario della morte del sommo poeta, che viene per la prima volta apostrofato come figlio prediletto della fede cattolica. Sulla scia del predecessore, sebbene in modi differenti, si colloca il riuso che dell’opera dantesca fa Pio XI, riportando nei suoi documenti ufficiali un ricco corredo di citazioni. Ciò emerge maggiormente quando riflette sulla romanità della Chiesa, poiché papa Ratti risolve definitivamente la “questione romana”, affermando la necessità della reciproca collaborazione tra potere spirituale e potere politico. Di questa collaborazione si fa simbolo la città di Roma (residenza del Papato e antica capitale dell’Impero di Roma), che assurge a figura della città di Dio, secondo la più canonica esegesi di Pg XXXII 102, verso prediletto dal pontefice e più volte citato. Con Pio XI Dante si presta per la prima volta, in modo significativo, ad essere rispolverato e letto criticamente. In effetti papa Ratti consacra la Commedia come un’opera di fede e se ne avvale come auctoritas a supporto delle argomentazioni dei suoi discorsi. Ad imitare il suo esempio è Pio XII, in cui si nota una fitta trama di allusioni desunte dall’Alighieri soprattutto nei discorsi rivolti alla Pontificia Accademia delle Scienze (di cui era membro onorario). Queste prolusioni finiscono inevitabilmente per riflettere sulla vastità dell’universo, sede e immagine di Dio attraverso l’utilizzo della fonte dantesca. Diversa è la fruizione di Dante da parte di Angelo Roncalli, il cui nome si lega inequivocabilmente al Concilio Vaticano II e all’esigenza di un rinnovato dialogo con il mondo intero, sicché anche la sua ricezione del poeta di Firenze si può ascrivere a questo desiderio di un più agevole confronto con la contemporaneità. Anche se in realtà, nel corpus degli scritti del pontefice, sia in quelli ufficiali che in quelli destinati alla scrittura privata, non se ne conserva una memoria significativa. Vero e proprio punto di svolta nella lunga vicenda della ricezione dantesca è la lettera apostolica Altissimi cantus, che Paolo VI divulga il 7 dicembre 1965 in occasione del VII centenario della nascita di Dante. In essa il pontefice non esita ad appellare il sommo poeta con l’epiteto di teologo perché ha saputo comunicare le verità di fede servendosi della bellezza del verso. È, quella di papa Montini, una forte presa di posizione che innalza l’Alighieri al ruolo di maestro delle cose di Dio. Non a caso le citazioni del poema abbondano quando affronta temi particolarmente rilevanti, come l’amore di Dio; oppure quando parla del giubileo; numerosi sono poi i documenti che riflettono sul significato simbolico della città di Roma (in cui, a sostegno delle argomentazioni, viene citato If II 22-24 e Pg XXXII 102, evidenziando il significato provvidenziale che il poeta attribuisce all’Urbe). Albino Luciani è ricordato dalla storia per il suo brevissimo pontificato, ma pur nella esiguità dei documenti del suo magistero, la fonte dantesca non passa sotto silenzio: l’Alighieri, infatti, è uno degli autori più citati dal papa bellunese. La prima interessante presenza si nota nella raccolta, pubblicata nel 1976, sotto il titolo di Illustrissimi. Lettere del Patriarca, in cui non mancano riferimenti danteschi espliciti, tra i quali i più interessanti si ravvisano nella lettera indirizzata a Casella, amico di Dante e personaggio della Commedia. Tra i documenti che precedono l’elezione al soglio di Pietro, il più interessante è il messaggio quaresimale del 31 gennaio 1978, che risulta essere un vero e proprio microsaggio sul Purgatorio, perché il suo esordio trae spunto proprio da questa cantica. Durante il periodo del pontificato, Giovanni Paolo I, sceglie di citare Dante nell’udienza generale del 20 settembre 1978, richiamando alla memoria l’esame teologico sulla speranza che il poeta affronta nel paradiso (Pd XXV). Se per Paolo VI e per i suoi predecessori la scrittura dantesca assume una notevole rilevanza come auctoritas, nei discorsi di Giovanni Paolo II la vastissima gamma di citazioni, oltre che emergere nelle più svariate occasioni, predomina nelle riflessioni che hanno per argomento l’arte e il ruolo dell’artista. Nel caso del pontefice polacco tale preponderanza assume un particolare rilievo perché, prima dell’elezione papale, Wojtyla è stato drammaturgo e poeta. Il riuso di Dante si intravede non solo nei documenti ufficiali del magistero wojtyliano, ma anche nella sua produzione letteraria, in cui, al di là delle tracce intertestuali (irrisorie a mio parere), è possibile un accostamento a Dante, considerando non solo la concezione del ruolo del poeta e della poesia, ma anche lo sviluppo di alcuni nuclei tematici, ad esempio: il legame con le terra natia; la ricerca problematica di Dio; l’attenzione alla storia contemporanea considerata nella prospettiva escatologica; l’incontro con l’uomo, la concezione dell’io autoriale come “poeta visionario”. Si possono notare anche confluenze dal punto di vista stilistico come, ad esempio, l’insistenza sulle sfere semantiche dell’acqua, del fuoco, della luce, del viaggio, e ciò soprattutto nell’ultimo lavoro poetico, risalente al 2003: il Trittico romano. Interessanti sono anche i documenti ad argomento prettamente dantesco. Tra questi, molto significativa è la lettera indirizzata a Mieczyslaw Kotlarczyk, datata 27 maggio 1964 e risalente al periodo in cui Karol Wojtyla era vescovo di Cracovia. Come già nel magistero dei suoi predecessori, anche nei documenti di Giovanni Paolo II le presenze dantesche non sono sporadiche e casuali: numerosissime sono quelle mariane, (desunte essenzialmente da Pd XXIII 73-74, Pd XXIII 88-89 e Pd XXXII 85-87, da Pd XXXIII 1-18). Tra le citazioni ricorrenti si annovera quella riferita all’Ulisse dantesco (If XXVI 118-120) e quella che descrive la scelta ascetica di san Pier Damiani (Pd XXI 117). La Commedia non è ignorata neanche da papa Ratzinger. È esemplare in tal senso il messaggio per l’incontro promosso dal Pontificio Consiglio Cor Unum, il 23 gennaio 2003 in cui il pontefice, sin dall’esordio, afferma di aver attinto da Dante lo stimolo per elaborare l’intera prolusione. La fonte dantesca è, inoltre, ridondante nei discorsi mariani: è come se i luoghi topici della mariologia dantesca avessero delineato in modo talmente ineguagliabile il profilo di santità della Madre divina, da pretendere di essere richiamati alla memoria, proprio per la loro ineguagliabile bellezza. «THAT ROME WHERE CHRIST IS ROMAN» THE RECEPTION OF DANTE BY THE CONTEMPORARY PONTIFICAL MAGISTERIUM In a climax of polemics between Catholics and non Catholics, in the last years of the Union of Italy, when the Italian patriots were inclined to define the political conception of Dante Alighieri as a sort of anticlerical Ghibellinism, Leo XIII chose to dialogue with society, planning a reform of Catholic culture based on Thomistic philosophy. Just a philosophy constitutes the inescapable assumption of his reception of Dante. In fact Leo XIII is «a Dante soul», according to a definition of Father Semeria, most of all for the relevant consonance between his social thought and Monarchy (thanks to his intervention, Dante’s treatise was absolved from the heterodoxy accuse, excluding it from the Prohibited Books). As Dante, even pope Pecci takes part in the debate about the relationship between Church and State, through a “secular” thought on political power and a support of the reciprocal independence of the two Institutions. When the old pope died, Pius X becomes pope, as an attentive reorganizer of the Roman Catholic Catechism and a supporter of a new pastoral conception, that considers any cultural instrument, even Dante’s work, functional to the Catechetic exigency. Therefore the pope forwards the preparatory initiatives to the commemoration of the sixth centenary of Dante, among which one of these is really close to his pastoral guidelines. It is a work of synopsis and comparison between the text of the pope’s Catechism and Dante’s work, which in such a way is fragmented to support both the Catechesis statements and the perfect coherence of the poet to Catholicism. The work, which is signed under the name of Minimum Priest in Christ, is entitled The Most Beautiful Memory of the 6th Centenary of Dante, or Catechism of the Christian Doctrine Published under the Order of His Holiness Pius X, well thought- out and studied with Dante. The encyclical of Benedict XV In praeclara summorum, in which for the first time the poet is called “beloved son of the Catholic faith” represents a watershed in the revaluation of Alighieri by the pontifical Magisterium. In the wake of his predecessor, even though in different ways, it is based the “re-use “ of Dante’s work, which is made by Pius XI, who reports a great quantity of quotations in his official documents. It is particularly evident when the pope thinks about the Roman essence of the Church, solving “the Roman question” as the necessary collaboration between the spiritual power and the political power. Rome (the residence of the Pope and the old capital of Roman Empire) is, in fact, a symbol of such a collaboration and it represents the City of God, according to the exegesis of Pg XXXII 102 («of that Rome where Christ is Roman»); it is the most favourite and many times quoted statement by pope Ratti. Thanks to Pius XI Dante is, for the first time and in a significant way, re-used and read critically. In fact, the pope considers the Comedy as a work of faith and an auctoritas supporting the quotations of his speeches. Pius XII imitates his predecessor, through a lot of references to Dante most of all in his speeches to the Pontifical Academy of Sciences (he was its honorary member). His speeches inevitably consider the greatness of Universe, adobe and image of God, by the use of Dante source. It is different the fruition of Dante by Angelo Roncalli, whose name is linked to the Second Vatican Council and to the necessity of a new dialogue with the entire world. Therefore his reception of the Florence poet is based on the desire of a higher comparison with the contemporary society, even if actually, there is not a significant memory of it in the corpus of the papal works, both the official and the private ones. A further novelty in the long matter of the reception of Dante is represented by the encyclical Altissimi cantus that Paul VI published on 7th December 1965, during the sixth centenary of Dante’s birth. In it the Pope does not hesitate to call the poet with the epithet of “theologian”, which can be rightfully attributed to him, as Dante has been able to communicate the truth of the faith through the greatness of his verses. A clear resolution is that of pope Montini, who elevates Dante to the role of Master of God’s things. In fact there many quotations of the poem when he deals with relevant topics. There are also many documents, which contain the symbolical meaning of the city of Rome (for whose support If II 22-24 and Pg XXXII 102 are quoted to underline the providential meaning that the poet attributes to the Urbe). Albino Luciani is remembered for his short Pontificate, but even in the few documents of his magisterium Dante source is relevant: in fact Alighieri is one of the most quoted authors by the Pope form Belluno. The first most interesting quotations are in the collection, which was published in 1976 with the title of Illustrissimi. Letters of the Pope Jhon Paul I, in which there are Dante’s references, especially in the letter to Casella, one of Dante’s friends and one of the characters of the Comedy. The Lenten Message on 31st January 1978, which is a concrete micro-essay on Purgatory, is the most significant document and previous to his coming to the papal throne. During the pontificate John Paul I chooses to quote Dante in the general audience on 20th September 1978, calling back to memory the theological analysis on hope, which the poet deals with in the cantus XXV of Paradise. If according to Paul VI and his predecessors, Dante’s works represent an auctoritas, in the speeches of John Paul II the great quantity of statements in different situations, is particularly relevant in his comments about art and the role of artist. With reference to the Polish Pope such a greatness of quotations has a particular importance as Wojtyla was a dramatist and a poet before his election. Such a “re-use” is present not only in the official documents of his magisterium but also in his literary production. Apart form Dante explicit references (in my opinion they are few), the “re-use” permits an approach to Dante not only on the conception of the poet and poetry, bur also on the development of some nuclear themes such as: his linking to the homeland; the problematic research of God; the attention to contemporary history in an eschatological way; his meeting with human world; the conception of authorial ego as “visionary poet”. It is also possible to notice comparisons from a stylistic point of view, for example the lack of semantic spheres of water, fire, light and journey in the last poem the Roman Triptich in 2003. The documents containing a purely Dante subject are very interesting; among which the letter to Mieczyslaw Kotlarczyk, on 27th May 1964, when Karol Wojtyla was Bishop of Krakow, is really significant As in the magisterium of his predecessors, even in the documents of John Paul II, Dante references are not isolated and casual: Marian quotations are numerous (particularly from Pd XXIII 73-74, Pd XXIII 88-89, Pd XXXII 85-87, Pd XXXIII 1-18). Other recurring quotations are those which refer to Dante’s Ulysses ( If XXVI 118-120) together with the one which describes the ascetic choice of san Pier Damiani (Pd XXI 117). Moreover Pope Ratzinger does not ignore The Comedy, as we can notice from the message for the meeting promoted by the Pontifical Council Cor Unum on 23rd January 2003. In it the Pope admits that he has taken from Dante the inspiration to write the message itself. Dante source is abundantly present in Marian speeches: it is as the topoi of Dante Mariology have described the sanctity of the divine Mother in such perfect ways pretending to be called back to memory and to be lived in their inimitable beauty.

"Quella Roma onde Cristo è romano": la ricezione di Dante nel magistero pontificio contemporaneo

MERLA, VALENTINA
2014

Abstract

«QUELLA ROMA ONDE CRISTO È ROMANO»: LA RICEZIONE DI DANTE NEL MAGISTERO PONTIFICIO CONTEMPORANEO In un clima di polemica tra cattolici e non cattolici, negli anni dell’Unità d’Italia, in cui i patrioti italiani avevano studiato la concezione politica dell’Alighieri incasellandola sotto l’egida del ghibellinismo anticlericale, Leone XIII sceglie la strada del dialogo con la società, progettando una riforma della cultura cattolica sulla base del tomismo. La sua ricezione di Dante è possibile proprio alla luce del tomismo: Leone XIII è, in effetti, secondo una definizione di padre Semeria, un’«anima dantesca», soprattutto per la significativa consonanza tra il suo pensiero sociale e la Monarchia (era stato proprio il suo intervento ad assolvere il trattato dantesco dall’accusa di eterodossia, escludendolo dall’indice dei Libri Proibiti). Infatti, come Dante, anche papa Pecci partecipa al dibattito sui rapporti tra Stato e Chiesa, riflettendo “laicamente” sul potere politico e sostenendo la reciproca indipendenza delle due istituzioni. Alla morte dell’anziano pontefice sale al soglio pontificio Pio X, attento riorganizzatore del Catechismo della Chiesa Cattolica e sostenitore di una nuova concezione pastorale, che considera ogni strumento culturale, anche il testo dantesco, funzionale all’esigenza catechetica. Il pontefice incentiva, dunque, le iniziative in preparazione alla commemorazione del VI centenario dantesco, tra le quali una è particolarmente vicina ai suoi orientamenti pastorali. Si tratta di un lavoro di sinossi e comparazione tra il testo del catechismo del pontefice e la scrittura dantesca, che, in questo modo, viene frammentata al duplice scopo di supportare le affermazioni del catechismo e di dimostrare la perfetta aderenza del poeta al cattolicesimo. L’opera, firmata con lo pseudonimo d Minimo Sacerdote in Cristo, si intitola Il più bel ricordo del VI centenario di Dante, ossia Catechismo della Dottrina Cristiana pubblicato per ordine di sua Santità Pio X, meditato e studiato con Dante. Una linea spartiacque nella rivalutazione dell’Alighieri da parte del magistero pontificio si ha con l’enciclica In praeclara summorum (1921), scritta da Benedetto XV per commemorare il VI centenario della morte del sommo poeta, che viene per la prima volta apostrofato come figlio prediletto della fede cattolica. Sulla scia del predecessore, sebbene in modi differenti, si colloca il riuso che dell’opera dantesca fa Pio XI, riportando nei suoi documenti ufficiali un ricco corredo di citazioni. Ciò emerge maggiormente quando riflette sulla romanità della Chiesa, poiché papa Ratti risolve definitivamente la “questione romana”, affermando la necessità della reciproca collaborazione tra potere spirituale e potere politico. Di questa collaborazione si fa simbolo la città di Roma (residenza del Papato e antica capitale dell’Impero di Roma), che assurge a figura della città di Dio, secondo la più canonica esegesi di Pg XXXII 102, verso prediletto dal pontefice e più volte citato. Con Pio XI Dante si presta per la prima volta, in modo significativo, ad essere rispolverato e letto criticamente. In effetti papa Ratti consacra la Commedia come un’opera di fede e se ne avvale come auctoritas a supporto delle argomentazioni dei suoi discorsi. Ad imitare il suo esempio è Pio XII, in cui si nota una fitta trama di allusioni desunte dall’Alighieri soprattutto nei discorsi rivolti alla Pontificia Accademia delle Scienze (di cui era membro onorario). Queste prolusioni finiscono inevitabilmente per riflettere sulla vastità dell’universo, sede e immagine di Dio attraverso l’utilizzo della fonte dantesca. Diversa è la fruizione di Dante da parte di Angelo Roncalli, il cui nome si lega inequivocabilmente al Concilio Vaticano II e all’esigenza di un rinnovato dialogo con il mondo intero, sicché anche la sua ricezione del poeta di Firenze si può ascrivere a questo desiderio di un più agevole confronto con la contemporaneità. Anche se in realtà, nel corpus degli scritti del pontefice, sia in quelli ufficiali che in quelli destinati alla scrittura privata, non se ne conserva una memoria significativa. Vero e proprio punto di svolta nella lunga vicenda della ricezione dantesca è la lettera apostolica Altissimi cantus, che Paolo VI divulga il 7 dicembre 1965 in occasione del VII centenario della nascita di Dante. In essa il pontefice non esita ad appellare il sommo poeta con l’epiteto di teologo perché ha saputo comunicare le verità di fede servendosi della bellezza del verso. È, quella di papa Montini, una forte presa di posizione che innalza l’Alighieri al ruolo di maestro delle cose di Dio. Non a caso le citazioni del poema abbondano quando affronta temi particolarmente rilevanti, come l’amore di Dio; oppure quando parla del giubileo; numerosi sono poi i documenti che riflettono sul significato simbolico della città di Roma (in cui, a sostegno delle argomentazioni, viene citato If II 22-24 e Pg XXXII 102, evidenziando il significato provvidenziale che il poeta attribuisce all’Urbe). Albino Luciani è ricordato dalla storia per il suo brevissimo pontificato, ma pur nella esiguità dei documenti del suo magistero, la fonte dantesca non passa sotto silenzio: l’Alighieri, infatti, è uno degli autori più citati dal papa bellunese. La prima interessante presenza si nota nella raccolta, pubblicata nel 1976, sotto il titolo di Illustrissimi. Lettere del Patriarca, in cui non mancano riferimenti danteschi espliciti, tra i quali i più interessanti si ravvisano nella lettera indirizzata a Casella, amico di Dante e personaggio della Commedia. Tra i documenti che precedono l’elezione al soglio di Pietro, il più interessante è il messaggio quaresimale del 31 gennaio 1978, che risulta essere un vero e proprio microsaggio sul Purgatorio, perché il suo esordio trae spunto proprio da questa cantica. Durante il periodo del pontificato, Giovanni Paolo I, sceglie di citare Dante nell’udienza generale del 20 settembre 1978, richiamando alla memoria l’esame teologico sulla speranza che il poeta affronta nel paradiso (Pd XXV). Se per Paolo VI e per i suoi predecessori la scrittura dantesca assume una notevole rilevanza come auctoritas, nei discorsi di Giovanni Paolo II la vastissima gamma di citazioni, oltre che emergere nelle più svariate occasioni, predomina nelle riflessioni che hanno per argomento l’arte e il ruolo dell’artista. Nel caso del pontefice polacco tale preponderanza assume un particolare rilievo perché, prima dell’elezione papale, Wojtyla è stato drammaturgo e poeta. Il riuso di Dante si intravede non solo nei documenti ufficiali del magistero wojtyliano, ma anche nella sua produzione letteraria, in cui, al di là delle tracce intertestuali (irrisorie a mio parere), è possibile un accostamento a Dante, considerando non solo la concezione del ruolo del poeta e della poesia, ma anche lo sviluppo di alcuni nuclei tematici, ad esempio: il legame con le terra natia; la ricerca problematica di Dio; l’attenzione alla storia contemporanea considerata nella prospettiva escatologica; l’incontro con l’uomo, la concezione dell’io autoriale come “poeta visionario”. Si possono notare anche confluenze dal punto di vista stilistico come, ad esempio, l’insistenza sulle sfere semantiche dell’acqua, del fuoco, della luce, del viaggio, e ciò soprattutto nell’ultimo lavoro poetico, risalente al 2003: il Trittico romano. Interessanti sono anche i documenti ad argomento prettamente dantesco. Tra questi, molto significativa è la lettera indirizzata a Mieczyslaw Kotlarczyk, datata 27 maggio 1964 e risalente al periodo in cui Karol Wojtyla era vescovo di Cracovia. Come già nel magistero dei suoi predecessori, anche nei documenti di Giovanni Paolo II le presenze dantesche non sono sporadiche e casuali: numerosissime sono quelle mariane, (desunte essenzialmente da Pd XXIII 73-74, Pd XXIII 88-89 e Pd XXXII 85-87, da Pd XXXIII 1-18). Tra le citazioni ricorrenti si annovera quella riferita all’Ulisse dantesco (If XXVI 118-120) e quella che descrive la scelta ascetica di san Pier Damiani (Pd XXI 117). La Commedia non è ignorata neanche da papa Ratzinger. È esemplare in tal senso il messaggio per l’incontro promosso dal Pontificio Consiglio Cor Unum, il 23 gennaio 2003 in cui il pontefice, sin dall’esordio, afferma di aver attinto da Dante lo stimolo per elaborare l’intera prolusione. La fonte dantesca è, inoltre, ridondante nei discorsi mariani: è come se i luoghi topici della mariologia dantesca avessero delineato in modo talmente ineguagliabile il profilo di santità della Madre divina, da pretendere di essere richiamati alla memoria, proprio per la loro ineguagliabile bellezza. «THAT ROME WHERE CHRIST IS ROMAN» THE RECEPTION OF DANTE BY THE CONTEMPORARY PONTIFICAL MAGISTERIUM In a climax of polemics between Catholics and non Catholics, in the last years of the Union of Italy, when the Italian patriots were inclined to define the political conception of Dante Alighieri as a sort of anticlerical Ghibellinism, Leo XIII chose to dialogue with society, planning a reform of Catholic culture based on Thomistic philosophy. Just a philosophy constitutes the inescapable assumption of his reception of Dante. In fact Leo XIII is «a Dante soul», according to a definition of Father Semeria, most of all for the relevant consonance between his social thought and Monarchy (thanks to his intervention, Dante’s treatise was absolved from the heterodoxy accuse, excluding it from the Prohibited Books). As Dante, even pope Pecci takes part in the debate about the relationship between Church and State, through a “secular” thought on political power and a support of the reciprocal independence of the two Institutions. When the old pope died, Pius X becomes pope, as an attentive reorganizer of the Roman Catholic Catechism and a supporter of a new pastoral conception, that considers any cultural instrument, even Dante’s work, functional to the Catechetic exigency. Therefore the pope forwards the preparatory initiatives to the commemoration of the sixth centenary of Dante, among which one of these is really close to his pastoral guidelines. It is a work of synopsis and comparison between the text of the pope’s Catechism and Dante’s work, which in such a way is fragmented to support both the Catechesis statements and the perfect coherence of the poet to Catholicism. The work, which is signed under the name of Minimum Priest in Christ, is entitled The Most Beautiful Memory of the 6th Centenary of Dante, or Catechism of the Christian Doctrine Published under the Order of His Holiness Pius X, well thought- out and studied with Dante. The encyclical of Benedict XV In praeclara summorum, in which for the first time the poet is called “beloved son of the Catholic faith” represents a watershed in the revaluation of Alighieri by the pontifical Magisterium. In the wake of his predecessor, even though in different ways, it is based the “re-use “ of Dante’s work, which is made by Pius XI, who reports a great quantity of quotations in his official documents. It is particularly evident when the pope thinks about the Roman essence of the Church, solving “the Roman question” as the necessary collaboration between the spiritual power and the political power. Rome (the residence of the Pope and the old capital of Roman Empire) is, in fact, a symbol of such a collaboration and it represents the City of God, according to the exegesis of Pg XXXII 102 («of that Rome where Christ is Roman»); it is the most favourite and many times quoted statement by pope Ratti. Thanks to Pius XI Dante is, for the first time and in a significant way, re-used and read critically. In fact, the pope considers the Comedy as a work of faith and an auctoritas supporting the quotations of his speeches. Pius XII imitates his predecessor, through a lot of references to Dante most of all in his speeches to the Pontifical Academy of Sciences (he was its honorary member). His speeches inevitably consider the greatness of Universe, adobe and image of God, by the use of Dante source. It is different the fruition of Dante by Angelo Roncalli, whose name is linked to the Second Vatican Council and to the necessity of a new dialogue with the entire world. Therefore his reception of the Florence poet is based on the desire of a higher comparison with the contemporary society, even if actually, there is not a significant memory of it in the corpus of the papal works, both the official and the private ones. A further novelty in the long matter of the reception of Dante is represented by the encyclical Altissimi cantus that Paul VI published on 7th December 1965, during the sixth centenary of Dante’s birth. In it the Pope does not hesitate to call the poet with the epithet of “theologian”, which can be rightfully attributed to him, as Dante has been able to communicate the truth of the faith through the greatness of his verses. A clear resolution is that of pope Montini, who elevates Dante to the role of Master of God’s things. In fact there many quotations of the poem when he deals with relevant topics. There are also many documents, which contain the symbolical meaning of the city of Rome (for whose support If II 22-24 and Pg XXXII 102 are quoted to underline the providential meaning that the poet attributes to the Urbe). Albino Luciani is remembered for his short Pontificate, but even in the few documents of his magisterium Dante source is relevant: in fact Alighieri is one of the most quoted authors by the Pope form Belluno. The first most interesting quotations are in the collection, which was published in 1976 with the title of Illustrissimi. Letters of the Pope Jhon Paul I, in which there are Dante’s references, especially in the letter to Casella, one of Dante’s friends and one of the characters of the Comedy. The Lenten Message on 31st January 1978, which is a concrete micro-essay on Purgatory, is the most significant document and previous to his coming to the papal throne. During the pontificate John Paul I chooses to quote Dante in the general audience on 20th September 1978, calling back to memory the theological analysis on hope, which the poet deals with in the cantus XXV of Paradise. If according to Paul VI and his predecessors, Dante’s works represent an auctoritas, in the speeches of John Paul II the great quantity of statements in different situations, is particularly relevant in his comments about art and the role of artist. With reference to the Polish Pope such a greatness of quotations has a particular importance as Wojtyla was a dramatist and a poet before his election. Such a “re-use” is present not only in the official documents of his magisterium but also in his literary production. Apart form Dante explicit references (in my opinion they are few), the “re-use” permits an approach to Dante not only on the conception of the poet and poetry, bur also on the development of some nuclear themes such as: his linking to the homeland; the problematic research of God; the attention to contemporary history in an eschatological way; his meeting with human world; the conception of authorial ego as “visionary poet”. It is also possible to notice comparisons from a stylistic point of view, for example the lack of semantic spheres of water, fire, light and journey in the last poem the Roman Triptich in 2003. The documents containing a purely Dante subject are very interesting; among which the letter to Mieczyslaw Kotlarczyk, on 27th May 1964, when Karol Wojtyla was Bishop of Krakow, is really significant As in the magisterium of his predecessors, even in the documents of John Paul II, Dante references are not isolated and casual: Marian quotations are numerous (particularly from Pd XXIII 73-74, Pd XXIII 88-89, Pd XXXII 85-87, Pd XXXIII 1-18). Other recurring quotations are those which refer to Dante’s Ulysses ( If XXVI 118-120) together with the one which describes the ascetic choice of san Pier Damiani (Pd XXI 117). Moreover Pope Ratzinger does not ignore The Comedy, as we can notice from the message for the meeting promoted by the Pontifical Council Cor Unum on 23rd January 2003. In it the Pope admits that he has taken from Dante the inspiration to write the message itself. Dante source is abundantly present in Marian speeches: it is as the topoi of Dante Mariology have described the sanctity of the divine Mother in such perfect ways pretending to be called back to memory and to be lived in their inimitable beauty.
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