A partire dalla ricca documentazione dell'archivio del Comitato internazionale della Croce Rossa di Ginevra, l'autore ha potuto ricostruire la storia del soggetto che più di tutti cercò di seguire i destini degli ebrei deportati dall'Italia negli anni dell'occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale. Il Comitato internazionale - CICR - era presente in Italia con varie delegazioni, la principale delle quali era la romana, affidata al conte de Salis. La Croce Rossa calamitò da subito le inquietudini e le domande dei sopravvissuti e dei familiari dei deportati, i quali, nonostante lo stato di pericolo e di clandestinità, non rinunciavano a rivolgersi alla principale agenzia umanitaria per avere notizia dei propri congiunti. Questa condizione "forzò" il Comitato ad occuparsi della questione, mettendo in atto le proprie risorse e la propria rete di delegati, in parte bloccati dall'esigenza di circoscrivere il proprio operato negli spazi assegnati dal cosiddetto diritto umanitario. E ciò in un tempo in cui il rispetto delle normative internazionali, già carenti, era assolutamente nullo. Anche in questa situazione il Comitato adottò comunque una linea pragmatica. Scelse cioè di operare negli spazi del possibile, applicando la propria arte diplomatica capace di ottenere alcuni successi, ed evitando la strada della denuncia pubblica che, a detta dei responsabili CICR, aveva più volte mostrato tutta la sua inconsistenza ed inefficacia nel salvare le vite dei perseguitati.

La Croce Rossa e la deportazione degli ebrei italiani

PICCIAREDDA, STEFANO
2003

Abstract

A partire dalla ricca documentazione dell'archivio del Comitato internazionale della Croce Rossa di Ginevra, l'autore ha potuto ricostruire la storia del soggetto che più di tutti cercò di seguire i destini degli ebrei deportati dall'Italia negli anni dell'occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale. Il Comitato internazionale - CICR - era presente in Italia con varie delegazioni, la principale delle quali era la romana, affidata al conte de Salis. La Croce Rossa calamitò da subito le inquietudini e le domande dei sopravvissuti e dei familiari dei deportati, i quali, nonostante lo stato di pericolo e di clandestinità, non rinunciavano a rivolgersi alla principale agenzia umanitaria per avere notizia dei propri congiunti. Questa condizione "forzò" il Comitato ad occuparsi della questione, mettendo in atto le proprie risorse e la propria rete di delegati, in parte bloccati dall'esigenza di circoscrivere il proprio operato negli spazi assegnati dal cosiddetto diritto umanitario. E ciò in un tempo in cui il rispetto delle normative internazionali, già carenti, era assolutamente nullo. Anche in questa situazione il Comitato adottò comunque una linea pragmatica. Scelse cioè di operare negli spazi del possibile, applicando la propria arte diplomatica capace di ottenere alcuni successi, ed evitando la strada della denuncia pubblica che, a detta dei responsabili CICR, aveva più volte mostrato tutta la sua inconsistenza ed inefficacia nel salvare le vite dei perseguitati.
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