La monografia indaga il tema dell’interpretazione ed il suo problematico rapporto con il diritto penale, terreno elettivo delle garanzie del reo e, in particolare, della riserva di legge. Dopo una introduzione e la rassegna delle principali posizioni della dottrina (capitoli 1 e 2), sono indagati: a) i fondamenti filosofico-linguistici della conoscenza del testo di legge. Nella specie, sono analizzati gli indirizzi di matrice analitica e di matrice ermeneutica, sulla cui scorta l’elaborato confuta l’idea tradizionale di verità come corrispondenza (del fatto alla norma). Il senso delle parole e degli enunciati è per contro desumibile a seguito di un’operazione complessa, nella quale assume un rilievo essenziale il contesto (normativo, fattuale e sociale) e da cui non può essere espunto il pregiudizio dell’interprete (capitolo 3); b) i presupposti della conoscenza del fatto. Nella specie, dall’analisi dei principali indirizzi in materia di psicologia cognitiva emerge come la conoscenza sia resa possibile dall’inquadramento del fatto all’interno di frames i quali dipendono da strutture-base conoscitive identiche in tutti gli uomini, ma al tempo stesso differenziate in ragione dell’esperienza, ovviamente anche culturale, di ciascuno. Il che rende non predicabile una ricostruzione oggettiva e sempre identica del fatto (capitolo 4); c) la c.d. struttura interna del ragionamento giuridico, cui viene negata la qualificazione in termini deduttivi e che viene invece ritenuta squisitamente analogica (capitolo 5). L’ultima parte della ricerca cerca di coniugare gli esiti della ricerca con il tradizionale divieto di applicazione analogica che impera nel diritto penale e di cui è ribadito l’essenziale significato di garanzia. A tal fine, si propone di distinguere l’analogia “interna” (all’area semantica delle parole), consentita, da quella “esterna”, vietata (capitolo 6).

L'interpretazione nel diritto penale. Tra creatività e vincolo alla legge

DI GIOVINE, OMBRETTA
2006

Abstract

La monografia indaga il tema dell’interpretazione ed il suo problematico rapporto con il diritto penale, terreno elettivo delle garanzie del reo e, in particolare, della riserva di legge. Dopo una introduzione e la rassegna delle principali posizioni della dottrina (capitoli 1 e 2), sono indagati: a) i fondamenti filosofico-linguistici della conoscenza del testo di legge. Nella specie, sono analizzati gli indirizzi di matrice analitica e di matrice ermeneutica, sulla cui scorta l’elaborato confuta l’idea tradizionale di verità come corrispondenza (del fatto alla norma). Il senso delle parole e degli enunciati è per contro desumibile a seguito di un’operazione complessa, nella quale assume un rilievo essenziale il contesto (normativo, fattuale e sociale) e da cui non può essere espunto il pregiudizio dell’interprete (capitolo 3); b) i presupposti della conoscenza del fatto. Nella specie, dall’analisi dei principali indirizzi in materia di psicologia cognitiva emerge come la conoscenza sia resa possibile dall’inquadramento del fatto all’interno di frames i quali dipendono da strutture-base conoscitive identiche in tutti gli uomini, ma al tempo stesso differenziate in ragione dell’esperienza, ovviamente anche culturale, di ciascuno. Il che rende non predicabile una ricostruzione oggettiva e sempre identica del fatto (capitolo 4); c) la c.d. struttura interna del ragionamento giuridico, cui viene negata la qualificazione in termini deduttivi e che viene invece ritenuta squisitamente analogica (capitolo 5). L’ultima parte della ricerca cerca di coniugare gli esiti della ricerca con il tradizionale divieto di applicazione analogica che impera nel diritto penale e di cui è ribadito l’essenziale significato di garanzia. A tal fine, si propone di distinguere l’analogia “interna” (all’area semantica delle parole), consentita, da quella “esterna”, vietata (capitolo 6).
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