Il presente lavoro costituisce il tentativo di rileggere l’intera Scrittura alla luce della simbolica sponsale alternativa a quella dell’alleanza, perché più adatta del linguaggio politico diplomatico ad esprimere le sfumature di significati e di affetti della storia dei rapporti di Dio con l’umanità. L’esperienza dell’amore coniugale si rivela “connaturale” e “corrispondente” al rapporto tra l’uomo e Dio, basato e regolato non tanto da una legge bilateralmente sancita, quanto fondato sulla relazione amorosa e su sentimenti tenaci e forti come la morte. L’analisi diacronica dell’applicazione della simbologia sponsale consente di coglierne gli sviluppi dalla Genesi all’Apocalisse. Se all’inizio la “sposa” è cifra simbolica della città capitale e dell’intero popolo, poco a poco, l’immagine si va frazionando in una molteplicità di soggetti. A seguito dell’affermarsi del principio della responsabilità personale, l’immagine di “sposa” e “madre”, come personalità collettiva, diviene sempre più simbolo escatologico ed immagine trascendente, meta ideale di ciascun credente che vive tra il “già” e il “non ancora”, tra la prima e la seconda fase delle nozze, tra la salvezza sperimentata ed attesa, alla quale concorrere nell’operosità quotidiana della testimonianza e con l’anelito struggente della comunione piena e perfetta con lo sposo. Nel Nuovo Testamento, se l’Apocalisse e Paolo applicano l’immagine della sposa tanto a singole comunità quanto all’intera chiesa, nel Vangelo di Giovanni la sposa viene incarnata da singole figure di donne storiche del tempo di Gesù: la madre di Gesù, la Samaritana, Maria di Betania, e Maria di Magdala. L’antica esegesi patristica ha colto e sviluppato in pieno questa dimensione, applicando l’immagine della sposa non più soltanto alla Chiesa o alle singole comunità cristiane storiche, ma anche al singolo cristiano o all’anima individuale credente e contemplativa.

Lo sposo e la sposa.Percorsi di analisi simbolica tra Sacra Scrittura e cristianesimo delle origini

INFANTE, LORENZO
2004

Abstract

Il presente lavoro costituisce il tentativo di rileggere l’intera Scrittura alla luce della simbolica sponsale alternativa a quella dell’alleanza, perché più adatta del linguaggio politico diplomatico ad esprimere le sfumature di significati e di affetti della storia dei rapporti di Dio con l’umanità. L’esperienza dell’amore coniugale si rivela “connaturale” e “corrispondente” al rapporto tra l’uomo e Dio, basato e regolato non tanto da una legge bilateralmente sancita, quanto fondato sulla relazione amorosa e su sentimenti tenaci e forti come la morte. L’analisi diacronica dell’applicazione della simbologia sponsale consente di coglierne gli sviluppi dalla Genesi all’Apocalisse. Se all’inizio la “sposa” è cifra simbolica della città capitale e dell’intero popolo, poco a poco, l’immagine si va frazionando in una molteplicità di soggetti. A seguito dell’affermarsi del principio della responsabilità personale, l’immagine di “sposa” e “madre”, come personalità collettiva, diviene sempre più simbolo escatologico ed immagine trascendente, meta ideale di ciascun credente che vive tra il “già” e il “non ancora”, tra la prima e la seconda fase delle nozze, tra la salvezza sperimentata ed attesa, alla quale concorrere nell’operosità quotidiana della testimonianza e con l’anelito struggente della comunione piena e perfetta con lo sposo. Nel Nuovo Testamento, se l’Apocalisse e Paolo applicano l’immagine della sposa tanto a singole comunità quanto all’intera chiesa, nel Vangelo di Giovanni la sposa viene incarnata da singole figure di donne storiche del tempo di Gesù: la madre di Gesù, la Samaritana, Maria di Betania, e Maria di Magdala. L’antica esegesi patristica ha colto e sviluppato in pieno questa dimensione, applicando l’immagine della sposa non più soltanto alla Chiesa o alle singole comunità cristiane storiche, ma anche al singolo cristiano o all’anima individuale credente e contemplativa.
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