Il presente contributo mira a delineare il fenomeno delle false confessioni da una prospettiva pragmalinguistica per comprenderne la complessità comunicativa. Le false confessioni sono state oggetto di diversi studi in ambito giuridico e psicologico, ma le loro funzioni linguistiche, e soprattutto pragmatiche, rimangono ancora inesplorate salvo alcune ricerche che accennano all’aspetto linguistico. Le false confessioni, ovvero le ammissioni di colpa da parte di persone innocenti di reati non commessi, producono enunciati pragmaticamente complessi. Il mero tentativo di classificarle all’interno dell’attuale tassonomia pragmalinguistica sfida le categorie di tale modello. Saranno forse assimilabili a delle violazioni della Massima della Qualità di Grice (1967)? Oppure potrebbero essere atti linguistici infelici? Saranno esaminati estratti della cosiddetta “confessione”, falsa e forzata, di Korey Wise, giovane statunitense condannato per uno stupro che non ha mai commesso. Il caso studio metterà in risalto la complessità pragmatica dei suoi enunciati “di ammissione”. Emerge dall’analisi la necessità di ricategorizzare la falsa confessione come “pseudo-confessione”. Sarà proprio il concetto di pseudos, dello stato liminale ed ambiguo tra apparenza e performatività, tra essere e non-essere, che permetterà di sondare le sottigliezze della pseudo-confessione come fenomeno pragmatico. Si evincerà che le pseudo-confessioni sono operazioni linguistiche complesse che provocano gravi conseguenze sia per l’innocente ingiustamente condannato, sia per il sistema giudiziario nel suo complesso. Pertanto, le implicazioni legali e morali di questo genere di disinformazione saranno esplorate in questa sede, sia in termini di intenzione del parlante che di interpretazione dell’uditore.

Pseudo-confessioni. Prospettive pragmatiche su alcuni casi di errore giudiziario

Aoife Beville
2025-01-01

Abstract

Il presente contributo mira a delineare il fenomeno delle false confessioni da una prospettiva pragmalinguistica per comprenderne la complessità comunicativa. Le false confessioni sono state oggetto di diversi studi in ambito giuridico e psicologico, ma le loro funzioni linguistiche, e soprattutto pragmatiche, rimangono ancora inesplorate salvo alcune ricerche che accennano all’aspetto linguistico. Le false confessioni, ovvero le ammissioni di colpa da parte di persone innocenti di reati non commessi, producono enunciati pragmaticamente complessi. Il mero tentativo di classificarle all’interno dell’attuale tassonomia pragmalinguistica sfida le categorie di tale modello. Saranno forse assimilabili a delle violazioni della Massima della Qualità di Grice (1967)? Oppure potrebbero essere atti linguistici infelici? Saranno esaminati estratti della cosiddetta “confessione”, falsa e forzata, di Korey Wise, giovane statunitense condannato per uno stupro che non ha mai commesso. Il caso studio metterà in risalto la complessità pragmatica dei suoi enunciati “di ammissione”. Emerge dall’analisi la necessità di ricategorizzare la falsa confessione come “pseudo-confessione”. Sarà proprio il concetto di pseudos, dello stato liminale ed ambiguo tra apparenza e performatività, tra essere e non-essere, che permetterà di sondare le sottigliezze della pseudo-confessione come fenomeno pragmatico. Si evincerà che le pseudo-confessioni sono operazioni linguistiche complesse che provocano gravi conseguenze sia per l’innocente ingiustamente condannato, sia per il sistema giudiziario nel suo complesso. Pertanto, le implicazioni legali e morali di questo genere di disinformazione saranno esplorate in questa sede, sia in termini di intenzione del parlante che di interpretazione dell’uditore.
2025
9788835180531
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