“La creazione fra Dio e il nulla”: con questo titolo ho voluto indicare i limiti estremi del creato, che si estende per l’intero spazio compreso tra l’essere sommo e il non essere. In effetti la creatura in quanto tale si distingue perché è stata tratta dal non essere all’essere: porta in se stessa il limite di ciò che ha iniziato ad esistere per questo mutamento, e dunque può mutare ancora. Ma la creatura si distingue anche perché è stata fatta dall’essere sommo: porta in se stessa il segno che esiste in quanto ha ricevuto un determinato modo di essere, che rinvia alla perfezione dell’essere del creatore. Con questa premessa si può introdurre un aspetto peculiare dell’esegesi agostiniana esposta nella prima parte del libro XII (conf. 12, 2, 2-12, 13, 16). Nella spiegazione di Gn 1, 1-2 i limiti superiore e inferiore dell’universo sono allontanati al massimo, in modo da corrispondere allo spirituale formato e al corporeo informe. Questa divaricazione ha innanzitutto lo scopo di comprendere l’intero creato nell’azione divina: originariamente oltre a Dio non c’era nulla, e dunque nessuna creatura ha la perfezione dell’essere che è propria di Dio, ma al contempo ogni creatura è solo in quanto è stata fatta da Dio. Peraltro le creature non sono tutte uguali: la trasposizione dei limiti superiore e inferiore dell’universo ha soprattutto lo scopo di conferire risalto al divario che separa lo spirituale e il corporeo; in conf. 12, 7, 7 è spiegato che l’uno è prossimo a Dio e invece l’altro è prossimo al nulla. In conf. 13, 2, 2 è precisato che lo spirituale informe è comunque superiore al corporeo formato e il corporeo formato è superiore al nulla. Il testo evidenzia il divario che separa lo spirituale e il corporeo, due ambiti che sono nettamente distinti. Per chiarire quale sia questo divario è necessario individuare lo spazio proprio dell’uno e dell’altro: tale spazio corrisponde a un modo di essere che ha un limite superiore equivalente allo stato formato e un limite inferiore equivalente allo stato informe. Lo stato formato dello spirituale è la creatura intellettuale, descritta con l’immagine del ‘cielo’ (Gn 1, 1); invece lo stato informe è l’inizio incompiuto della creatura spirituale, rappresentata con l’immagine delle tenebre sopra l’abisso (Gn 1, 2b). In termini più espliciti il limite superiore dello spirituale è la perfezione della vita beata, che consiste nella visione della luce divina e nell’adesione ad essa; invece il limite inferiore è la semplice vita, che consiste nella fluttuazione della creatura nell’oscurità. D’altra parte lo stato formato del corporeo è il mondo costituito dal cielo e dalla terra (Gn 1, 1); invece lo stato informe è la materia, descritta con le immagini della terra invisibile e informe e delle tenebre sopra l’abisso (Gn 1, 2a-b). In termini più chiari il limite superiore del corporeo è la perfezione del cosmo, regolato dall’armonia e dall’ordine e ornato dalle creature acquatiche terrestri volatili; invece il limite inferiore è la materia informe, che non ha alcun aspetto e qualità ed è soltanto il sostrato dei corpi. Il limite inferiore dello spirituale è superiore rispetto al limite superiore del corporeo: in altri termini lo spirituale, anche nel suo stato infimo, rimane comunque al di sopra del corporeo nel suo stato più elevato. Questa divaricazione evidenzia l’incolmabile divario che separa la creatura intellettuale, dotata della capacità di autodeterminarsi e delle facoltà necessarie per il coinvolgimento in una relazione personale, e la materia corporea, che invece è assolutamente passiva e muta solo a causa di un agente esterno. Nel libro XII è stabilito un rapporto di simmetria speculare tra la creatura intellettuale e la materia corporea: l’una è per così dire l’immagine specchiata dell’altra, nel senso che l’una ha caratteristiche del tutto antitetiche rispetto all’altra. Il sostrato intellettuale è dotato di vita, è fornito di comprensione volontà amore e con queste facoltà aderisce attivamente alla forma immutabile che è Dio; al contrario il sostrato corporeo è completamente inerte, del tutto privo di autodeterminazione e riceve passivamente le forme. Questo è il senso dell’interpretazione più estensiva, in cui il cielo e la terra di Gn 1, 1 significano i limiti estremi dell’universo creato; come si è detto, si tratta dell’esegesi agostiniana esposta nella prima parte del libro XII (conf. 12, 2, 2-12, 13, 16). Ma è necessario chiedersi anche il senso delle altre interpretazioni enumerate a più riprese nel corso del libro XII; a mio avviso esse rispondono allo scopo di esplorare nei tanti modi possibili l’universo creato, considerando il cielo e la terra allo stato di materia informe o allo stato di nature formate, con riferimento al solo mondo corporeo o anche alla creatura spirituale. Questa esplorazione per un verso dimostra che l’azione creatrice comprende i limiti estremi e attraversa anche all’interno in tutte le sue parti l’universo creato; per altro verso evidenzia le connessioni che uniscono tra loro le diverse creature, tutte unite in un rapporto che è di volta in volta differente con il creatore. Credo che in questo consista la mira profunditas dell’eloquio della Sacra Scrittura: nella capacità di significare il legame profondo che dall’interno unisce tutte le parti dell’universo creato. Ma questo movimento di approfondimento, con il quale il discorso esegetico discende dal creatore alle creature, deve essere poi seguito da un movimento di elevazione (ἀναγωγή), con la quale lo stesso discorso ascende dalle creature al creatore. È questo il senso dell’ultima parte del libro XII, che chiarisce il rapporto tra la Sacra Scrittura e i suoi lettori: per i cristiani incipienti il testo sacro è come un seno materno dal quale è portata la loro infermità e come un nido dove sono nutriti e protetti; invece per i cristiani progredienti verso la perfezione le parole del testo sacro sono come ombrosi frutteti, nei quali essi vedono i frutti nascosti e elevandosi in volo li colgono.

La creazione fra Dio e il nulla. Il libro XII delle Confessioni di Agostino

Vincenzo Lomiento
2023-01-01

Abstract

“La creazione fra Dio e il nulla”: con questo titolo ho voluto indicare i limiti estremi del creato, che si estende per l’intero spazio compreso tra l’essere sommo e il non essere. In effetti la creatura in quanto tale si distingue perché è stata tratta dal non essere all’essere: porta in se stessa il limite di ciò che ha iniziato ad esistere per questo mutamento, e dunque può mutare ancora. Ma la creatura si distingue anche perché è stata fatta dall’essere sommo: porta in se stessa il segno che esiste in quanto ha ricevuto un determinato modo di essere, che rinvia alla perfezione dell’essere del creatore. Con questa premessa si può introdurre un aspetto peculiare dell’esegesi agostiniana esposta nella prima parte del libro XII (conf. 12, 2, 2-12, 13, 16). Nella spiegazione di Gn 1, 1-2 i limiti superiore e inferiore dell’universo sono allontanati al massimo, in modo da corrispondere allo spirituale formato e al corporeo informe. Questa divaricazione ha innanzitutto lo scopo di comprendere l’intero creato nell’azione divina: originariamente oltre a Dio non c’era nulla, e dunque nessuna creatura ha la perfezione dell’essere che è propria di Dio, ma al contempo ogni creatura è solo in quanto è stata fatta da Dio. Peraltro le creature non sono tutte uguali: la trasposizione dei limiti superiore e inferiore dell’universo ha soprattutto lo scopo di conferire risalto al divario che separa lo spirituale e il corporeo; in conf. 12, 7, 7 è spiegato che l’uno è prossimo a Dio e invece l’altro è prossimo al nulla. In conf. 13, 2, 2 è precisato che lo spirituale informe è comunque superiore al corporeo formato e il corporeo formato è superiore al nulla. Il testo evidenzia il divario che separa lo spirituale e il corporeo, due ambiti che sono nettamente distinti. Per chiarire quale sia questo divario è necessario individuare lo spazio proprio dell’uno e dell’altro: tale spazio corrisponde a un modo di essere che ha un limite superiore equivalente allo stato formato e un limite inferiore equivalente allo stato informe. Lo stato formato dello spirituale è la creatura intellettuale, descritta con l’immagine del ‘cielo’ (Gn 1, 1); invece lo stato informe è l’inizio incompiuto della creatura spirituale, rappresentata con l’immagine delle tenebre sopra l’abisso (Gn 1, 2b). In termini più espliciti il limite superiore dello spirituale è la perfezione della vita beata, che consiste nella visione della luce divina e nell’adesione ad essa; invece il limite inferiore è la semplice vita, che consiste nella fluttuazione della creatura nell’oscurità. D’altra parte lo stato formato del corporeo è il mondo costituito dal cielo e dalla terra (Gn 1, 1); invece lo stato informe è la materia, descritta con le immagini della terra invisibile e informe e delle tenebre sopra l’abisso (Gn 1, 2a-b). In termini più chiari il limite superiore del corporeo è la perfezione del cosmo, regolato dall’armonia e dall’ordine e ornato dalle creature acquatiche terrestri volatili; invece il limite inferiore è la materia informe, che non ha alcun aspetto e qualità ed è soltanto il sostrato dei corpi. Il limite inferiore dello spirituale è superiore rispetto al limite superiore del corporeo: in altri termini lo spirituale, anche nel suo stato infimo, rimane comunque al di sopra del corporeo nel suo stato più elevato. Questa divaricazione evidenzia l’incolmabile divario che separa la creatura intellettuale, dotata della capacità di autodeterminarsi e delle facoltà necessarie per il coinvolgimento in una relazione personale, e la materia corporea, che invece è assolutamente passiva e muta solo a causa di un agente esterno. Nel libro XII è stabilito un rapporto di simmetria speculare tra la creatura intellettuale e la materia corporea: l’una è per così dire l’immagine specchiata dell’altra, nel senso che l’una ha caratteristiche del tutto antitetiche rispetto all’altra. Il sostrato intellettuale è dotato di vita, è fornito di comprensione volontà amore e con queste facoltà aderisce attivamente alla forma immutabile che è Dio; al contrario il sostrato corporeo è completamente inerte, del tutto privo di autodeterminazione e riceve passivamente le forme. Questo è il senso dell’interpretazione più estensiva, in cui il cielo e la terra di Gn 1, 1 significano i limiti estremi dell’universo creato; come si è detto, si tratta dell’esegesi agostiniana esposta nella prima parte del libro XII (conf. 12, 2, 2-12, 13, 16). Ma è necessario chiedersi anche il senso delle altre interpretazioni enumerate a più riprese nel corso del libro XII; a mio avviso esse rispondono allo scopo di esplorare nei tanti modi possibili l’universo creato, considerando il cielo e la terra allo stato di materia informe o allo stato di nature formate, con riferimento al solo mondo corporeo o anche alla creatura spirituale. Questa esplorazione per un verso dimostra che l’azione creatrice comprende i limiti estremi e attraversa anche all’interno in tutte le sue parti l’universo creato; per altro verso evidenzia le connessioni che uniscono tra loro le diverse creature, tutte unite in un rapporto che è di volta in volta differente con il creatore. Credo che in questo consista la mira profunditas dell’eloquio della Sacra Scrittura: nella capacità di significare il legame profondo che dall’interno unisce tutte le parti dell’universo creato. Ma questo movimento di approfondimento, con il quale il discorso esegetico discende dal creatore alle creature, deve essere poi seguito da un movimento di elevazione (ἀναγωγή), con la quale lo stesso discorso ascende dalle creature al creatore. È questo il senso dell’ultima parte del libro XII, che chiarisce il rapporto tra la Sacra Scrittura e i suoi lettori: per i cristiani incipienti il testo sacro è come un seno materno dal quale è portata la loro infermità e come un nido dove sono nutriti e protetti; invece per i cristiani progredienti verso la perfezione le parole del testo sacro sono come ombrosi frutteti, nei quali essi vedono i frutti nascosti e elevandosi in volo li colgono.
2023
979-12-5995-048-2
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