Il presente contributo costituisce uno dei saggi del catalogo della mostra ‘Il Museo che non c’è. Arte, collezionismo, gusto antiquario nel Palazzo degli Studi di Bari (1879-1928)’, promossa dal Polo Museale della Puglia, dalla Regione Puglia, e dall’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’, di cui la sottoscritta è uno degli organizzatori e curatori scientifici. La mostra allestita nel Salone degli Affreschi dell’attuale Palazzo Ateneo (28 febbraio-24 aprile 2020), ha inteso ricostruire il momento formativo dell’istituzione museale che, prima della fondazione dell’Università di Bari, aveva sede negli spazi luogo dell’esposizione. Normalmente recepito come contenitore di natura archeologica il Museo Provinciale ospitava opere di varia tipologia e cronologia, svolgendo un ruolo di rilievo nell’ambito della tutela e valorizzazione del patrimonio storico-artistico meridionale nel complesso e articolato quadro dell’Italia postunitaria. Il contributo ricostruisce, attraverso una circostanziata analisi documentaria basata principalmente sulle ricognizioni archivistiche condotte nell’Archivio Storico della Provincia di Bari, nell’Archivio di Stato di Bari e nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, il considerevole corpus di opere del periodo medievale raccolte nel Museo Provinciale. Tra queste, di fondamentale importanza, le opere frammentarie provenienti dalla cattedrale di Bari, che prima ancora dei restauri avviati alla fine dell’Ottocento, erano state ‘portati in salvo’ negli spazi dell’edificio costruito dal napoletano Giovanni Castelli a partire dal 1868, per sottrarli allo stato di incuria e abbandono in cui giaceva la maggiore chiesa barese, oggetto anche di una serie di furti ed immissioni di opere nel mercato antiquario (come nel caso dei capitelli del ciborio dallo scultore Alfano da Termoli, realizzato nel 1233, dei i resti dei due cibori laterali, eseguiti dallo scultore Anseramo da Trani sul finire del XIII secolo, oltre al celebre ‘capitello degli schiavi’ dell’anonimo Maestro della Cattedra di Elia). Fu proprio la profonda discrasia tra la riscoperta delle memorie di un glorioso passato e la realtà presente, il principale stimolo all’avvio di una nuova stagione di indagini e ricerche che precedettero di circa un ventennio la grande stagione dei restauri. Oltre al supporto dei documenti, il reperimento di una serie di fotografie storiche provenienti dal fondo fotografico della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bari, nonché dal fondo Corrado Ricci dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte di Roma, hanno consentito di ricostruire l’intera collezione e di analizzare i luoghi nonché i criteri espositivi adottati, soprattutto negli anni 1894-1903, quando alla direzione del museo vi fu l’archeologo tedesco Maximilian Mayer. Proprio a costui si devono alcune inedite riflessioni sul rapporto tra le testimonianze d’arte antica e quelle medievali che ne orientarono gli interessi, nella direzione di una riscoperta del filone del ‘classicismo’ federiciano, concretizzatosi con l’acquisto di opere quali il busto acefalo rivenuto nel 1897 da Ettore Bernich ai piedi del portale di Castel del Monte. Nella ricostruzione della ‘vita’ del Museo sono emerse le vicende di molti illustri ‘visitatori’, quali Giocomo Boni, autore di una inedita lettera relativa ai problemi di tutela di alcune opere presenti nel Museo, Martin Wackernagel, giovane borsista del Reale Istituto Storico Prussiano di Roma, e Corrado Ricci, Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti del Ministero dell'Istruzione Pubblica.

Il Medioevo al museo: memorie di un antico «libro» di pietre

Luisa Derosa
;
2020

Abstract

Il presente contributo costituisce uno dei saggi del catalogo della mostra ‘Il Museo che non c’è. Arte, collezionismo, gusto antiquario nel Palazzo degli Studi di Bari (1879-1928)’, promossa dal Polo Museale della Puglia, dalla Regione Puglia, e dall’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’, di cui la sottoscritta è uno degli organizzatori e curatori scientifici. La mostra allestita nel Salone degli Affreschi dell’attuale Palazzo Ateneo (28 febbraio-24 aprile 2020), ha inteso ricostruire il momento formativo dell’istituzione museale che, prima della fondazione dell’Università di Bari, aveva sede negli spazi luogo dell’esposizione. Normalmente recepito come contenitore di natura archeologica il Museo Provinciale ospitava opere di varia tipologia e cronologia, svolgendo un ruolo di rilievo nell’ambito della tutela e valorizzazione del patrimonio storico-artistico meridionale nel complesso e articolato quadro dell’Italia postunitaria. Il contributo ricostruisce, attraverso una circostanziata analisi documentaria basata principalmente sulle ricognizioni archivistiche condotte nell’Archivio Storico della Provincia di Bari, nell’Archivio di Stato di Bari e nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, il considerevole corpus di opere del periodo medievale raccolte nel Museo Provinciale. Tra queste, di fondamentale importanza, le opere frammentarie provenienti dalla cattedrale di Bari, che prima ancora dei restauri avviati alla fine dell’Ottocento, erano state ‘portati in salvo’ negli spazi dell’edificio costruito dal napoletano Giovanni Castelli a partire dal 1868, per sottrarli allo stato di incuria e abbandono in cui giaceva la maggiore chiesa barese, oggetto anche di una serie di furti ed immissioni di opere nel mercato antiquario (come nel caso dei capitelli del ciborio dallo scultore Alfano da Termoli, realizzato nel 1233, dei i resti dei due cibori laterali, eseguiti dallo scultore Anseramo da Trani sul finire del XIII secolo, oltre al celebre ‘capitello degli schiavi’ dell’anonimo Maestro della Cattedra di Elia). Fu proprio la profonda discrasia tra la riscoperta delle memorie di un glorioso passato e la realtà presente, il principale stimolo all’avvio di una nuova stagione di indagini e ricerche che precedettero di circa un ventennio la grande stagione dei restauri. Oltre al supporto dei documenti, il reperimento di una serie di fotografie storiche provenienti dal fondo fotografico della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bari, nonché dal fondo Corrado Ricci dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte di Roma, hanno consentito di ricostruire l’intera collezione e di analizzare i luoghi nonché i criteri espositivi adottati, soprattutto negli anni 1894-1903, quando alla direzione del museo vi fu l’archeologo tedesco Maximilian Mayer. Proprio a costui si devono alcune inedite riflessioni sul rapporto tra le testimonianze d’arte antica e quelle medievali che ne orientarono gli interessi, nella direzione di una riscoperta del filone del ‘classicismo’ federiciano, concretizzatosi con l’acquisto di opere quali il busto acefalo rivenuto nel 1897 da Ettore Bernich ai piedi del portale di Castel del Monte. Nella ricostruzione della ‘vita’ del Museo sono emerse le vicende di molti illustri ‘visitatori’, quali Giocomo Boni, autore di una inedita lettera relativa ai problemi di tutela di alcune opere presenti nel Museo, Martin Wackernagel, giovane borsista del Reale Istituto Storico Prussiano di Roma, e Corrado Ricci, Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti del Ministero dell'Istruzione Pubblica.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11369/391928
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