Il saggio si può dividere idealmente in due parti. Nella prima si cerca di capire le motivazioni della scarsa presenza femminile nelle comunità scientifiche adducendo le cause alla percezione che le donne hanno di loro stesse e della possibilità di affermarsi nel campo delle scienze esatte. Una percezione spesso distorta delle proprie capacità causata da modelli educativi volti a formare le donne ad assumere nella famiglia, ma anche nella società, un ruolo marginale e subalterno. In particolar modo, nelle istituzioni educative, attraverso il modo di insegnare le discipline scientifiche, di fare orientamento alle scelte di studio e di lavoro, si è impedito alle donne di acquisire consapevolezza delle proprie possibilità, di avere coraggio e autodeterminazione nella realizzazione dei propri desideri, di affermare, in altre parole la propria singolarità. Affermare la propria singolarità in una società che tende, invece, ad omologare esige “coraggio esistenziale” e abiti mentali improntati alla flessibilità e all’apertura mentale intesa, quest’ultima, come capacità di liberarsi da quelle distorsioni che agendo sulla percezione di autoefficacia delle donne favoriscono una visione di se stesse come incapaci di ricoprire ruoli tradizionalmente maschili, precludendosi, in tal modo, la possibilità di potersi confrontare con professioni prestigiose e più remunerate. Rispetto a ciò, nel saggio, si propone come modello formativo orientato all’antidogmatismo e, dunque: alla differenza intesa come “patrimonio, disponibilità di superamento dai condizionamenti psicologici, culturali e socio-politici”; al demonismo, che rifiuta i vincoli che massificano e conformano e che impediscono all’individuo di aprirsi a nuove possibilità; all’utopia intesa come direzione verso la quale il progetto esistenziale deve tendere e, di conseguenza, come ricerca e sperimentazione di nuovi traguardi e nuove possibilità; alla libertà, che esige una mediazione tra istanze soggettive e istanze oggettive, tra necessità e possibilità, tra le condizioni oggettive che sono imposte dalla situazione - e da cui non si può prescindere - e i progetti che il singolo prospetta e sperimenta. La seconda parte del saggio, invece, descrive il contributo dell’epistemologia femminista al processo sia di decostruzione della scienza moderna sia di proposizione di nuove categorie. Un ruolo importante in questo processo di decostruzione della scienza moderna riveste l’analisi condotta dall’epistemologa femminista Evelyn Fox Keller sulla categoria dell’oggettività - quindi, la capacità del ricercatore di staccarsi dal mondo che indaga evitando qualsiasi coinvolgimento personale - fondata secondo la studiosa, su un’idea statica di autonomia. A partire dagli studi di psicoanalisi, Fox Keller ritiene che l’autonomia riguarda la capacità che hanno i bambini e le bambine di distinguere se stessi dall’altro e, in particolare, dalla figura materna verso la quale, secondo l’epistemologa, i bambini sentono la necessità di separarsi mentre le bambine di voler mantenere un legame. A questi due modi di affermare la propria autonomia la studiosa fa corrispondere due modi di interpretare l’oggettività: statica, perché cerca di affermare il proprio essere “altro” nel mondo e dinamica, in quanto fondata sull’idea che l’autonomia non prescinda dalle capacità di relazionarsi con l’altro e di stabilire con questo una relazione empatica che “rende accessibili zone dell’esperienza ricche di significato”. Legittimare una nuova forma di relazione verso l’oggetto indagato dinamicamente orientata, fondata sull’empatia e capace di porsi “in sintonia con l’organismo” richiede a monte l’elaborazione di modelli formativi improntati su una visione organismica della mente e, dunque, fondati sulla interrelazione tra dimensione biologica dei processi cognitivi ed esperienze vissute dal soggetto. Modelli che si rifanno a una visione ecologica del processo formativo e che propongono l’integrazione di quelle parti - mente/corpo – che la cultura occidentale ha voluto che invece fossero disgiunte. Il che significa che l’apprendimento non può prescindere dal corporeo vale a dire dalle intenzioni, dalle percezioni, dalle emozioni e dalle motivazioni sulle quali ogni individuo costruisce le proprie risposte adattive all’ambiente .

Dall'esclusione alla emancipazione. Per una pedagogia dell'empowerment femminile nella scienza.

LOPEZ, ANNA GRAZIA
2012-01-01

Abstract

Il saggio si può dividere idealmente in due parti. Nella prima si cerca di capire le motivazioni della scarsa presenza femminile nelle comunità scientifiche adducendo le cause alla percezione che le donne hanno di loro stesse e della possibilità di affermarsi nel campo delle scienze esatte. Una percezione spesso distorta delle proprie capacità causata da modelli educativi volti a formare le donne ad assumere nella famiglia, ma anche nella società, un ruolo marginale e subalterno. In particolar modo, nelle istituzioni educative, attraverso il modo di insegnare le discipline scientifiche, di fare orientamento alle scelte di studio e di lavoro, si è impedito alle donne di acquisire consapevolezza delle proprie possibilità, di avere coraggio e autodeterminazione nella realizzazione dei propri desideri, di affermare, in altre parole la propria singolarità. Affermare la propria singolarità in una società che tende, invece, ad omologare esige “coraggio esistenziale” e abiti mentali improntati alla flessibilità e all’apertura mentale intesa, quest’ultima, come capacità di liberarsi da quelle distorsioni che agendo sulla percezione di autoefficacia delle donne favoriscono una visione di se stesse come incapaci di ricoprire ruoli tradizionalmente maschili, precludendosi, in tal modo, la possibilità di potersi confrontare con professioni prestigiose e più remunerate. Rispetto a ciò, nel saggio, si propone come modello formativo orientato all’antidogmatismo e, dunque: alla differenza intesa come “patrimonio, disponibilità di superamento dai condizionamenti psicologici, culturali e socio-politici”; al demonismo, che rifiuta i vincoli che massificano e conformano e che impediscono all’individuo di aprirsi a nuove possibilità; all’utopia intesa come direzione verso la quale il progetto esistenziale deve tendere e, di conseguenza, come ricerca e sperimentazione di nuovi traguardi e nuove possibilità; alla libertà, che esige una mediazione tra istanze soggettive e istanze oggettive, tra necessità e possibilità, tra le condizioni oggettive che sono imposte dalla situazione - e da cui non si può prescindere - e i progetti che il singolo prospetta e sperimenta. La seconda parte del saggio, invece, descrive il contributo dell’epistemologia femminista al processo sia di decostruzione della scienza moderna sia di proposizione di nuove categorie. Un ruolo importante in questo processo di decostruzione della scienza moderna riveste l’analisi condotta dall’epistemologa femminista Evelyn Fox Keller sulla categoria dell’oggettività - quindi, la capacità del ricercatore di staccarsi dal mondo che indaga evitando qualsiasi coinvolgimento personale - fondata secondo la studiosa, su un’idea statica di autonomia. A partire dagli studi di psicoanalisi, Fox Keller ritiene che l’autonomia riguarda la capacità che hanno i bambini e le bambine di distinguere se stessi dall’altro e, in particolare, dalla figura materna verso la quale, secondo l’epistemologa, i bambini sentono la necessità di separarsi mentre le bambine di voler mantenere un legame. A questi due modi di affermare la propria autonomia la studiosa fa corrispondere due modi di interpretare l’oggettività: statica, perché cerca di affermare il proprio essere “altro” nel mondo e dinamica, in quanto fondata sull’idea che l’autonomia non prescinda dalle capacità di relazionarsi con l’altro e di stabilire con questo una relazione empatica che “rende accessibili zone dell’esperienza ricche di significato”. Legittimare una nuova forma di relazione verso l’oggetto indagato dinamicamente orientata, fondata sull’empatia e capace di porsi “in sintonia con l’organismo” richiede a monte l’elaborazione di modelli formativi improntati su una visione organismica della mente e, dunque, fondati sulla interrelazione tra dimensione biologica dei processi cognitivi ed esperienze vissute dal soggetto. Modelli che si rifanno a una visione ecologica del processo formativo e che propongono l’integrazione di quelle parti - mente/corpo – che la cultura occidentale ha voluto che invece fossero disgiunte. Il che significa che l’apprendimento non può prescindere dal corporeo vale a dire dalle intenzioni, dalle percezioni, dalle emozioni e dalle motivazioni sulle quali ogni individuo costruisce le proprie risposte adattive all’ambiente .
2012
9788846734167
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11369/148560
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