Il saggio prende in analisi una delle opere più interessanti del pedagogista moravo Jan Amos Komenský. Pare sorprendente che l'autore abbia saputo trovare dentro di sé la vis polemica per scrivere un’opera da molti critici ritenuta “eccentrica”, con tutta probabilità a causa della difficoltà di catalogarla all’interno di un preciso genere letterario, tanto si palesa ricca di spunti e gravida di elementi destinati ad essere ripresi ed approfonditi negli anni a venire: Labyrint svĕta a ráj srdce (Il labirinto del mondo e il paradiso del cuore). Fin dalla prima pagina che riporta una complessa titolazione, Komenský mira a dipingere davanti agli occhi del potenziale lettore un “chiaro affresco di come nel mondo e in tutte le sue cose non si trovi altro che confusione e vertigini, vortici e fatica, obnubilamento e inganno, miseria e tristezza e infine tedio e disperazione” , dunque il panorama di un universo che viene rappresentato attraverso il paradigma del mondo alla rovescia, all’interno del quale nulla si trova al posto giusto, e nessuno si comporta secondo codici etici che dovrebbero indirizzare ogni individuo alla ricerca del summum bonum “nel quale il desiderio umano si appaghi” . L’incipit chiarisce i motivi del viaggio che il pellegrino , protagonista della narrazione allegorica, intraprende nel mondo: egli, giunto ormai all’età della ragione, intende investigare su quale possa essere l’occupazione per lui più consona ed adatta, una sorta di recherche per capire la sua vera vocazione e per collocarsi nel mondo in un ruolo da lui ritenuto idoneo e soddisfacente. Al fine di osservare da vicino le “vicende umane”, il pellegrino s’incammina verso una realtà a lui sconosciuta: pare qui avere inizio una sorta di Bildungsroman strutturato secondo i canoni della discesa ad inferos nei più reconditi meandri di un tortuoso labirinto , un percorso complicato che necessita di guide esperte e sicure. Fin dalle prime righe la narrazione ci appare vivace, dinamica, estremamente coinvolgente: due sono gli strumenti che permettono a Komenský tale immediatezza ed agilità narrativa. In primo luogo, l’Autore adotta lo stratagemma dell’io narrante che permette di comprendere appieno le molteplici sensazioni che il pellegrino prova, i timori e i dubbi che accompagnano il suo itinerario nella città, l’estremo realismo nella descrizione dei particolari che vengono “filtrati” attraverso la visione del protagonista. In second’ordine, l’arma più distruttiva che Komenský pone nelle mani del pellegrino è l’ironia, un pensiero critico che mira a demistificare, che svela gli inganni, che crudamente mostra la vanitas insita in ogni azione. Si tratta di un’ironia che non esiterei a definire caustica, di palese ascendenza moreana ed erasmiana, tesa a ipostatizzarsi come pars destruens di un mondo alla rovescia già tristemente lumeggiato nell’Encomium Moriae di Erasmo, rispetto al quale il Labirinto si pone quale erede naturale.

L'ironia comeniana, ovvero la via d'uscita dal labirinto

CAGNOLATI, ANTONELLA
2008

Abstract

Il saggio prende in analisi una delle opere più interessanti del pedagogista moravo Jan Amos Komenský. Pare sorprendente che l'autore abbia saputo trovare dentro di sé la vis polemica per scrivere un’opera da molti critici ritenuta “eccentrica”, con tutta probabilità a causa della difficoltà di catalogarla all’interno di un preciso genere letterario, tanto si palesa ricca di spunti e gravida di elementi destinati ad essere ripresi ed approfonditi negli anni a venire: Labyrint svĕta a ráj srdce (Il labirinto del mondo e il paradiso del cuore). Fin dalla prima pagina che riporta una complessa titolazione, Komenský mira a dipingere davanti agli occhi del potenziale lettore un “chiaro affresco di come nel mondo e in tutte le sue cose non si trovi altro che confusione e vertigini, vortici e fatica, obnubilamento e inganno, miseria e tristezza e infine tedio e disperazione” , dunque il panorama di un universo che viene rappresentato attraverso il paradigma del mondo alla rovescia, all’interno del quale nulla si trova al posto giusto, e nessuno si comporta secondo codici etici che dovrebbero indirizzare ogni individuo alla ricerca del summum bonum “nel quale il desiderio umano si appaghi” . L’incipit chiarisce i motivi del viaggio che il pellegrino , protagonista della narrazione allegorica, intraprende nel mondo: egli, giunto ormai all’età della ragione, intende investigare su quale possa essere l’occupazione per lui più consona ed adatta, una sorta di recherche per capire la sua vera vocazione e per collocarsi nel mondo in un ruolo da lui ritenuto idoneo e soddisfacente. Al fine di osservare da vicino le “vicende umane”, il pellegrino s’incammina verso una realtà a lui sconosciuta: pare qui avere inizio una sorta di Bildungsroman strutturato secondo i canoni della discesa ad inferos nei più reconditi meandri di un tortuoso labirinto , un percorso complicato che necessita di guide esperte e sicure. Fin dalle prime righe la narrazione ci appare vivace, dinamica, estremamente coinvolgente: due sono gli strumenti che permettono a Komenský tale immediatezza ed agilità narrativa. In primo luogo, l’Autore adotta lo stratagemma dell’io narrante che permette di comprendere appieno le molteplici sensazioni che il pellegrino prova, i timori e i dubbi che accompagnano il suo itinerario nella città, l’estremo realismo nella descrizione dei particolari che vengono “filtrati” attraverso la visione del protagonista. In second’ordine, l’arma più distruttiva che Komenský pone nelle mani del pellegrino è l’ironia, un pensiero critico che mira a demistificare, che svela gli inganni, che crudamente mostra la vanitas insita in ogni azione. Si tratta di un’ironia che non esiterei a definire caustica, di palese ascendenza moreana ed erasmiana, tesa a ipostatizzarsi come pars destruens di un mondo alla rovescia già tristemente lumeggiato nell’Encomium Moriae di Erasmo, rispetto al quale il Labirinto si pone quale erede naturale.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11369/10435
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